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Giarre (siciliano Giàrri), è una cittadina di circa 30.000 abitanti ed è situata in provincia di Catania, ad un passo dalle assolate spiagge del mar Ionio e dalle nevi dell'Etna. Il nome di Giarre è di origine commerciale, perché vi erano dei grandi magazzini, sulla via consolare, che in grandi giare (in siciliano, giarri) contenevano le derrate della Contea di Màscali 

  Duomo giarre-hdr copy

Giarre è un paese posto alle pendici dell'Etna, sul versante orientale. È situata a circa 80 m sul livello del mare e vanta una solida tradizione di agricoltura, artigianato e commercio. La città è uno dei migliori punti d'osservazione della caldera di collasso della Valle del Bove, nella quale si versano la maggior parte delle colate laviche del versante orientale del vulcano. Il territorio di Giarre è stato sempre risparmiato dalle colate in epoca storica e finora non è mai stato minacciato direttamente grazie anche alla sua relativa distanza dal vulcano. Tuttavia la colata del 1928 che investì la vicina Mascali giunse alle porte della frazione di Santa Maria la Strada.
Ci sono delle supposizioni che Giarre abbia  come progenitrice Callipolis, città greca fondata nel VII secolo a.C. e distrutta dall'esercito di Ippocrate da Gela nel V secolo a.C.. Non si hanno riferimenti certi, che sull'odierno territorio sorgesse la città di Callipolis, che da etimo greco vuol dire bella città. Fondata nel VII secolo a.C. dai Calcidesi di Nasso e distrutta dall'esercito di Ippocrate da Gela nel V secolo a.C.. L'antica città sarebbe stata vicina ad un corso d'acqua (lato sud del torrente Macchia), vicina al mare e nei pressi di un rigoglioso bosco che avrebbe fornito il legname per le imbarcazioni. Ad oggi, pur non esistendo alcuna fonte certa della corrispondenza tra Callipolis e la cittadina jonica, si segnala il rinvenimento di tracce di una fattoria romana e di manufatti fittili e monete di epoca greca e romana. La tradizione vuole che sorgessero sia un altro insediamento greco come Kalkis (insediamento greco posteriore a Callipolis e formati da alcuni ex abitanti scampati alla distruzione del V secolo a.C.) che un insediamento romano quale Bidium (da precisare che sulla ubicazione di tali insediamenti è tuttora aperta una disputa con il vicino comune di Mascali, che ne rivendica la presenza nell'antico centro di Mascali, distrutto da una colata lavica nel 1928). Rinvenimenti di materiali fittili e monete greche e romane sono stati segnalati nel tempo anche a Giarre centro.

Santa maria la strada

Nel 1081 passa per queste contrade il Gran Conte Ruggero il quale temendo un agguato da parte dei saraceni invocò l'aiuto della Madonna, facendo voto di erigere un Santuario in Suo onore se fosse sopravvissuto. Una leggenda ci racconta che nell'imminenza della battaglia si udì uno squillare di trombe e un folto gruppo di cavalieri, coperti da candidi mantelli, si diresse contro i mori, che intimoriti da tanta forza, si ritirarono senza combattere. Il Condottiero per ringraziamento fece costruire un Santuario dedicandolo alla Madonna della Strada, che tradizione o no, tuttora resta un luogo venerato. Accanto vi fece scavare un pozzo da sempre conosciuto come Pozzo di Ruggero.

Lo storico Santi Correnti da la seguente spiegazione sul pozzo e sul santuario:
Nella borgata di Santa Maria la Strada, lungo la Statale 114, c’è un antico pozzo quadrato, e circondato da catene. La tradizione dice che nel 1060 alle truppe del re normanno, tormentate dalla sete, apparve la Madonna che disse loro di scavare in quel punto, per potersi dissetare. I Normanni gridarono al miracolo, e di fronte al pozzo fu eretta una chiesa, che ancora esiste, per ricordare il prodigio

Le prime notizie storicamente valide sulla città risalgono al periodo aragonese quando Re Alfonso (1416 - 1458) pose un gravame sulla borgata, o meglio le poche case sparse, di cui fece dono a Giovanni Montecateno, conte di Adernò. Il gravame imposto fu il dazio della Quartucciata, ossia di la gabella di la caxa di lu vinu e la gabella usus vini che furono poi riscossi anche da Guglielmo Raimondo, figlio del primo concessionario, che a sua volta, nel 1490, ne fece dono al convento di San Francesco di Catania. Nel '500 il vescovo di Catania Monsignor Nicola Maria Caracciolo (1513-1569), nella sua qualità di conte di Mascali, di cui Giarre era quartiere, tra le altre cose lasciò in eredità il fondaco delle giarri. Sempre in questi anni si riscontra in questo territorio un notevole incremento demografico. Il merito va ascritto allo stesso vescovo conte Caracciolo per aver avuto l'intuizione di concedere in enfiteusi (Diritto reale di godimento su un fondo altrui. Con l'obbligo di migliorarlo e a pagare al proprietario un canone annuo in denaro o in prodotti naturali) il territorio della contea.
Un territorio ricchissimo di acque e vegetazione e che fino a quel momento non era mai stato utilizzato al meglio. Cosi a poco a poco il bosco di Mascali lasciò sempre più posto alla coltivazione della vite e di altri prodotti dell'agricoltura. Vi furono soprattutto degli investimenti economici di numerosi ricchi borghesi provenienti prevalentemente dalla vicina Acireale e da Messina. Gli abitanti di Giarre del '600, diventata ormai grossa borgata, avvertirono la necessità di avere una chiesa propria. La chiesetta di Sant'Agata e Sant'Isidoro fu ultimata nel 1680 e successivamente dichiarata sacramentale nel 1699.giarre dipinto tuccari Nei pressi della chiesa si trovavano i magazzini della Contea, con l'antica torre, dove erano riscossi i censi; la costruzione fu demolita nell' 800 per far posto alla Piazza Duomo. Unico ricordo dei magazzini della Reale Contea di Mascali è tramandato da un olio su tela del Tuccari del 1725.

Giarre nel '700 a poco a poco fu proiettata ad occupare un posto preminente in questo versante etneo grazie ad una serie di avvenimenti favorevoli:

lo spostamento della via consolare che venne ad attraversare il centro di Giarre, sostituendo il vecchio tracciato Trepunti-Macchia-Tagliaborsa-Mascali, (Mascali prima dell'eruzione dell'Etna del 1928, che la distrusse completamente in soli tre giorni, era arroccata più a monte, nei pressi di Nunziata, Sant'Antonino);
la realizzazione di una fitta rete viaria che permetteva di far arrivare agevolmente a Giarre, a dorso di muli o sui carramatti, i prodotti agricoli dalle borgate poste in collina. Le derrate in parte venivano imbarcate dalla spiaggia di Sant'Anna (l'antico Arzanà), passando attraverso l'antica via Cecchina;
la istituzione, nel 1761, di un Oratorio dei Padri di San Filippo Neri, che con la loro presenza hanno dato un notevole impulso alla crescita culturale dell'intero quartiere;
  • l'avvicendamento, dal 1765, con la Mater omnium quartierorum (Mascali), delle massime cariche cittadine per l'amministrazione ordinaria;
l'apertura, nel dicembre del 1784, dello Stradone per Riposto e per il mare (l'attuale Corso Italia) attraverso il quale l'olio ed il vino, che confluivano su Giarre, arrivavano molto più velocemente allo scaru di Riposto per il successivo imbarco con destinazione Malta, Napoli e altri porti del Mediterraneo.

Piazza Duomo, Giarre Il 15 Maggio 1815 finalmente, dopo anni di lotte e ripetute suppliche al Re, a Giarre fu concessa l'autonomia da Mascali. Nel territorio assegnato al nuovo comune erano comprese le borgate di Riposto con Torre, Sant'Alfio e Milo che, col tempo, videro riconosciuta anche loro l'autonomia:

- Riposto nel 1841, Sant'Alfio nel 1927 e Milo nel 1955.

- Giarre e Riposto si riunificarono in un unico comune denominato Giarre-Riposto il 9- I I -1939, poi a partire da 12-5-1942 assunse il nome di Ionia, per separarsi ancora in due comuni autonomi il 22-9-1945.

Man mano che la popolazione del centro abitato aumentava e le case si congiungevano l'una all'altra lungo le strade già tracciate, venivano denominati i vari rioni:

  • Test'a cursa (cima della corsa), nei pressi dell'attuale albergo Sicilia, che era il punto di arrivo di una corsa di cavalli che si svolgeva ogni anno e si snodava lungo la via Callipoli. La corsa partiva dal Funnucu baruni.
  • Funnucu baruni, rione posto all'uscita nord, cosi denominato in quanto un tempo era il fondaco del barone Musumeci.
  • Santu Sidurittu, il nome è dovuto alla presenza di un altarino con una statuetta di Sant' Isidoro all'incrocio tra le attuali via Tommaseo e via Trimarchi.
  • U Ponti, l'attuale Piazza Carmine, un tempo, nei piovosi giorni d'inverno, veniva collocato un ponte sulla strada per Riposto in modo da oltrepassare agevolmente il rio Canalai  (il rio Canalai, ora sovrastato da importanti arterie stradali, attraversa tutto il centro storico di Giarre; è stato tristemente "riscoperto" a seguito dell'alluvione del 13-3-95.
  • I Lochira (le casette), nei pressi dell'attuale via Torrisi, uno tra i primi insediamenti di Giarre, cosi come
  • 'U Cummentu, che si affaccia sull'attuale piazza Macherione dove sorgeva il convento degli Agostiniani Scalzi (oggi sede di uffici comunali)
  • 'u chianu a fera (piazza della fiera), l'attuale piazza Biagio Andò, un tempo denominata piazza Armieri. 
  • Campu Santu Vecchiu, sito adibito fino al '700, prima che fosse emanato l'editto napoleonico di Saint Cloud, a cimitero e poi centralissimo rione popolare.

Curiosità

dal libro "guida insolita ai misteri, alle leggende e curiosità della sicilia di Santi Correnti

Il campanilismo tra Giarre e Riposto scoppiò quando Giarre, nel 1815, ottenne l’autonomia comunale; ed ebbe carattere spiccatamente religioso. Poiché il santo patrono di Giarre è Sant’Isidoro agricola, che è sempre accompagnato da un bue nella iconografia religiosa, i ripostesi definirono cornuti i giarresi; i quali, per ricambiare la cortesia poiché Riposto, paese di mare, ha per patrono San Pietro pescatore, che è sempre raffigurato coi piedi a mollo lungo la spiaggia, gratificarono i ripostesi dell’epiteto di piedi salati, e di tignusi, perché san Pietro è raffigurato calvo.

 

Indovinello Modicano - Giarre forma, con Riposto, quello che in geografia si chiama “un centro doppio”, perché è unica la via principale, e tra i due abitati non c’è soluzione di continuità. Chi veniva per mare a Riposto, come i commercianti di Mòdica, non riuscendo a distinguere dove terminasse Riposto, e dove cominciasse Giarre, coniarono questo gustoso indovinello, che dice: Tiegnu li giarri miei ’nta lu ripuostu, e lu ripuostu miu dintra li giarri. Che le giare possano entrare in un ripostiglio, è perfettamente comprensibile, ma non si capisce come un ripostiglio possa entrare dentro le giare!

Da Visitare 

Palazzo Bonaventura (Giarre)
  • Chiesa Madre o di Sant'Isidoro agricola
  • Il palazzo Bonaventura sede del Comune
  • La Chiesa dei P.P. Filippini o dell'Oratorio
  • La Chiesa di Santa Maria La Strada
  • La Chiesa della Madonna del Carmine
  • Chiesa del Convento o delle anime purganti dei frati agostiniani scalzi di Valverde
  • La vecchia Chiesa del Calvario E la Parrocchia di Peri
  • Chiesa o Cappella della Madonna delle Grazie
  • Chiesa della Badia o di S. Antonio di Padova
  • La Chiesa di Altarello
  • Chiesa Arcipretale Maria SS. della Provvidenza in Macchia
  • Chiesa del Calvario in Macchia
  • Maria SS. Dell’Addolorata in Macchia
  • Chiesa di San Matteo A Trapunti
  • Chiesa parrocchiale Madonna del Carmelo Di Sciara
  • La Chiesa Arcipretale di San Giovanni Montebello
  • La Chiesa della Madonna della Libertà in San Leonardello
  • La Chiesa di Trepunti 

 

wikipedia; scautismo di giarre di Mario Cavallaro

Aglio Rosso di Nubia (Italia - Sicilia)

aglio di nubia tritticoL'aglio rosso di Nubia, o aglio di Paceco o ancora aglio di Trapani, è una varietà di aglio, caratterizzata dall'intenso colore rosso porpora delle tuniche dei suoi bulbilli. L'aglio rosso di Nubia, insieme alle denominazioni alternative di aglio di Paceco e aglio di Trapani sono stati ufficialmente inseriti nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T). È coltivato a Nubia, frazione del comune di Paceco (provincia di Trapani), dove buona parte della produzione avviene all'interno della Riserva naturale integrale Saline di Trapani e Paceco. In minor misura, viene coltivato anche nei comuni limitrofi di Trapani, Erice, Buseto Palizzolo, Valderice, Marsala e Salemi. La coltivazione avviene su terreni scuri, asciutti e argillosi, in rotazione con il melone giallo di Paceco (il cartucciaro),le fave e il grano duro, al fine di evitare lo sfruttamento eccessivo ed il conseguente impoverimento dei suoli.treccia a due gambe La semina si effettua tra dicembre e gennaio. La raccolta, nei mesi di maggio e giugno, ha luogo nelle ore serali e notturne, perché la maggiore umidità delle foglie agevola l'intrecciatura dei bulbi. Sempre allo stesso scopo, prima della raccolta viene asportata l'infiorescenza della pianta (in dialetto, spicuna). Attualmente le aziende produttrici sono 60, che coltivano una superficie di circa 320 ettari, con una resa media di 60 quintali per ettaro, ottenendo una produzione lorda vendibile di circa 1.800 tonnellate.Ha un bulbo costituito in media da dodici bulbilli, con le tuniche esterne di colore bianco e quelle dei bulbilli di colore rosso acceso. Come risulta da analisi effettuate dalla Facoltà di Agraria dell'Università di Palermo, l'aglio rosso di Nubia ha un contenuto di allicina nettamente superiore alla media.  Quest’ultima è la sostanza responsabile delle proprietà farmacologiche dell’aglio ed è essa a conferire al prodotto l’aroma e il caratteristico sapore intenso. Infatti, l’aglio contrasta lo sviluppo di alcuni batteri, aiuta a prevenire numerose forme infettive, perché stimola il sistema immunitario. Inoltre, l’aglio previene le malattie cardiovascolari, regola la pressione arteriosa e contribuisce ad abbassare il tasso di colesterolo nel sangue.

aglio pendoloTradizionalmente viene confezionato in trecce molto grandi (fino a cento bulbi), aglio di nubia trecciadestinate ad essere appese davanti ai balconi delle abitazioni. A seconda della dimensione del diametro del bulbo, la trizza (treccia) in coppia si chiama cùcchia 'rossa (diametro del bulbo di 5 cm), cùcchia currenti (diametro 4 cm) e cucchicèdda (diametro 3 cm). Esiste un ulteriore trizza in coppia più piccola che prende il nome di mazzunedda (diametro 2,5 a 2,0 cm) che viene prodotta a seconda delle annate. Da qualche anno per andare incontro alle esigenze del mercato vengono prodotte trizze in coppie con un numero inferiori di bulbi e talvolta con una sola treccia.

 

Per il popolo è il vermifugo per eccellenza. Si usano cataplasmi d'aglio pesto, schietto od impastato con olio da applicare sul ventre, unzioni d'aglio, collane di spicchi d'aglio, aglio strofinato sotto il naso e talvolta si mettono agli perfino nella culla. L'aglio entra in molte pietanze ed in alcune delle più importanti preparazioni tipiche della cucina siciliana.

 

Pasta all'aglio ed olio. In un mortaio pestate 4 spicchi d'aglio, I cucchiaio di prezzemolo tritato, 1 peperoncino rosso, diluendo con un bicchiere d'olio vergine d' oliva. Cuocete al dente gli spaghetti e quando pronti mescolate pasta e salsa. Mescolate bene in modo che la salsa si distribuisca uniformemente. Servite subito.

Di fatto, la vittoriosa penetrazione dei Normanni alla riconquista della Sicilia, che proprio da Messina prese l’avvio con l’entrata trionfale nella città dello stretto del Gran Conte Ruggero, è costellata di prodigi, interventi salvifici di santi e figure Diemer Hofhaltungaluminose, fondazioni di luoghi sacri, ed è caratterizzata da una sostanziale riscrittura organizzativa del territorio siciliano, cui offrirono un contributo decisivo i monaci Basiliani nei secoli successivi. L’area messinese in particolare venne così a costituirsi come luogo di incontro e di mescolamento di elementi culturali sia nordici che orientali (greci ed armeni in specie) i quali finirono col sovrapporsi e a mescolarsi, ai preesistenti elementi latini, bizantini ed arabi.

Gli influssi nella letteratura della conquista normanna e nell'arte figurativa popolare influenzo l'immaginario collettivo Siciliano. Tanto da consentire alla materia cavalleresca importata dai Normanni di durare fino al secolo XIX.

Dapprima attraverso l'oralità e le raffigurazioni pittoriche come nei dipinti del soffitto della Sala Magna del Palazzo Steri di Palermo del XIV secolo, fortemente influenzati e condivisi dai Chiaramonte.

In seguito con le riformulazioni popolari nell'Opera dei Pupi della conquista normanna:paladino

  • Di la condicioni et di lu statu di lu conti Rogeri, lu quali conquistau Sichilia;
  • Comu li Normandi prisiru lu Papa et comu lu Papa li concessi la conquesta di Calabria et di Sichilia;
  • Comu lu conti Rogeri passau in Sichilia et vinni in Missina;
  • Comu fu prisa la chitati di Missina;
  • Comu lu duca Rubertu vinni in ayutu di lu Conti per prindiri Palermu et comu poy appiru vittoria di Palermitani;
  • Comu Palermu fu prisu di lu Duca et di lu conti Rogeri, so frati;
  • Comu Maczara fu difisa di li inimichi et comu li Normandi foru sconfitti in Cathania di li Sarachini et (li Sarachini) in Iudica per li Cristiani.

Nelle pitture dei Carretti.- Infatti le didascalie riportate ai bordi delle pitture che decorano le fiancate di carretti siciliani nei secoli XIX e XX:

  • Entrata di Ruggero a Palermo;carretto siciliano
  • Ruggero caccia i Saraceni;
  • Ruggero alla battaglia della Kalsa;
  • Ruggero il Normanno vittorioso;
  • Ruggero il Normanno in piena battaglia;
  • Ruggero il Normanno carica;
  • I valorosi guerrieri di Ruggero in combattimento;sponda
  • I musulmani sconfitti;
  • Trionfo dei Normanni;
  • Ruggero il Normanno a Palermo;
  • Ingresso a Palermo di Ruggero il Normanno;
  • La maestosa figura di Ruggero il Normanno;
  • Incoronazione di Ruggero; etc

Nella toponomastica siciliana:

  • Calascibetta: il territorio di Castrogiovanni prese il nome di Calascibetta dalla figura di una donna, di nome Betta, che durante l’assedio di Castrogiovanni ad opera del Conte Ruggero avrebbe informato il condottiero normanno che la città era allo stremo essendo venuti a mancare i viveri, e ciò nonostante gli assediati con alcuni stratagemmi avessero fino a quel momento ingenerato nei nemici l’impressione di essere ben provvisti di scorte.
  • Furnari: il territorio ubicato tra la contrada Arancia (Tripi) e la contrada detta Aranciotta (Castroreale) prende questo nome da Antonio Furnari, massaro che, secondo la leggenda, avrebbe offerto ospitalità al Conte Ruggero che gli si era presentato in incognito, prendendosi cura altresì di un levriero gravemente ammalato del re normanno; allorquando quest’ultimo, tornato dopo qualche tempo a riprendersi il cane lo trovò perfettamente guarito, per ricompensare l’uomo gli comunicò che gli avrebbe concesso quanto questi avesse richiesto, cioè appunto il territorio che poi da lui avrebbe preso il nome; è notevole osservare che nello stemma della città, tutt'ora visibile nella Chiesa madre, compare un levriero, accompagnato dal motto finché venga, che allude alla fedeltà del massaro.  
  • Ravanusa: in una leggenda locale la fondazione del paese viene fatta risalire alla miracolosa apparizione della Madonna al Gran Conte Ruggero durante l'assedio di una fortezza saracena situata sul monte omonimo. Essendo i Normanni in difficoltà per la penuria di acqua, la Vergine Maria avrebbe indicato a Ruggero una vena d'acqua ai piedi di un fico, facendo si che da un ramo dell'albero reciso dalla spada del re normanno sgorgasse l'acqua indispensabile a rifocillare e condurre alla vittoria gli assediatori. Di tale episodio leggendario rimane una testimonianza figurativa costituita dall'affresco "La Madonna appare a Ruggero il Normanno" esistente nella locale chiesa dei Minoriti.
  •  Piano del Conte, contrada presso Caltagirone: prende il suo nome dal Gran Conte Ruggero, che in questo luogo si accampò in attesa di combattere contro i Saraceni, ebbe la visione di un cavaliere crociato e con un vessillo in mano anch'esso segnato da una croce rossa combatteva con i normanni e sbaragliava gli infedeli. Dopo essere entrato trionfante a Caltagirone per la porta che poi da lui prese nome (di Ruggiero o del Conte), il condottiero decise, a mo' di resa di grazie, di edificare la Chiesa di San Giacomo e di eleggere tale santo a patrono della città. In questo episodio si riecheggiano antiche leggende su San Giacomo matamoros, che hanno fatto parte del patrimonio orale dei pellegrini a Santiago de Compostéla.
uomo pesce
Nella cultura tradizionale locale. - Colapesce e Giufà, che appaiono a vario titolo legate alla presenza dei Normanni in Sicilia.
Colapesce giovane messinese secondo la maggioranza delle redazioni a stampa e versioni orali della leggenda a noi pervenute, è un essere che partecipa della duplice natura di uomo e di pesce a seguito di una maledizione scagliatagli dalla madre, esasperata per la sua eccessiva passione per il mare. In forza di tale sua ambigua condizione di uomo acquatico, Colapesce svolge una funzione socialmente utile all'interno della sua comunità: disincaglia le reti, avverte i pescatori degli imminenti fortunali e addirittura reca messaggi da una sponda all'altra dello stretto. La fama delle sue straordinarie capacità giunge fino al Re, che nella maggior parte delle versioni colte della leggenda è l'imperatore Federico II di Svevia, presente nella Città dello stretto nella primavera del 1221, ma che nelle più antiche versioni come quelle di Walter Mapes e di Gervasius de Tilbury è un re normanno come Guglielmo o Ruggero. Il sovrano dunque, per curiosità e per soddisfare un capriccio che viene in quasi tutte le fonti presentato come naturale corollario dell’arrogante crudeltà dei potenti, obbliga il giovane Colapesce a dare prova delle sue capacità costringendolo ad intraprendere un vero e proprio viaggio agli inferi; egli dovrà infatti recuperare un oggetto prezioso (monile, anello, coppa d’oro o d’argento, corona ecc.) che il Re getta nel fondo del mare. Il giovane avendo eseguito con successo l’ordine del sovrano, viene da costui costretto a ripetere la prova in condizioni sempre più difficili, fin quando fallisce e non riemerge più rimanendo per sempre sepolto sotto l’enorme coltre funebre del mare. In alcune certamente successive versioni della leggenda, è il giovane nauta a decidere liberamente di non riemergere e sacrificare così la propria vita, avendo egli scorto una delle tre colonne che sorreggono la Sicilia in stato pericolante e quindi bisognevole di un perenne puntellamento. Il tema leggendario, nella sua apparente semplicità, è ricco di antecedenti classici la cui presenza è da ricondurre ad una migrazione di temi analoghi dal mondo egeo-minoico alla Magna Grecia e successivamente al meridione d’Italia (Napoli, Puglia, Calabria, Sicilia) ed alla più vasta area del Mediterraneo occidentale (Francia e Spagna), e trae al contempo molti suoi motivi da tradizioni nordiche la cui penetrazione in Sicilia può essere ascritta ai Normanni. La figura di Nicola Pesce può essere inoltre ricondotta a Poisson Nicole, un briccone divino delle acque presente nella mitologia e nel folklore francesi, ma anche ad archetipi mitologici che risalgono fino al dio del mare Nettuno. Quello che in realtà occorre evidenziare, e che rende la leggenda di Colapesce significativa sotto il profilo antropologico, è il tema della prova così come esso è stato recepito ed in parte riplasmato dai ceti subalterni meridionali, ed assunto quindi da questi come aspetto particolarmente rispondente alla propria visione del mondo. Colapesce è un uomo che viene dal popolo e che mantiene tale sua connotazione sociale anche in presenza di un sostanziale mutamento di stato per ciò che concerne le sue capacità ed abilità in ambito esistenziale. Come tale, egli deve pagare lo scotto della conquistata emancipazione dalla condizione di penuria e di limitata libertà che caratterizza i ceti popolari.  
Illustrazione di Sara Cappello http://www.istitutoeuroarabo.it/

Giufà

Nella cultura tradizionale siciliana le surreali e tragicomiche storie di Giufà costituiscono nel loro complesso una sorta di ironico contraltare alla drammatica tragicità dell’esistenza. Spezzando la tensione delle assai serie vicende paladinesche, riescono ad allentare, suscitando il riso da parte degli spettatori, il groviglio di passioni che l'opéra dei pupi rappresenta sulla scena. Il carattere liberatorio e addirittura terapeutico del riso è strettamente connesso all'originario significato sacro di tale fondamentale espressione umana. Così, Giufà appare eroe levantino, arabo, siciliano: a fronte della inattaccabile serietà degli eroi nordici, dei modelli culturali importati dai Normanni, Giufà testimonia che nella sfera culturale nord-africana e islamica, della quale anche la Sicilia partecipa, l’assoluto si lascia scoprire solo a condizione di essere disposti a sperimentarne le molteplici difficoltà insolubili in cui si imbatte il ragionamento. Come un maestro Zen, Giufà impartisce i propri insegnamenti compiendo atti ed elaborando stratagemmi linguistici che sono fonti di illuminazione per chiunque ad essi assista, squarciando alla stregua di un fulmine la caligine che avvolge il nocciolo dell’esistenza. 

La presenza dei Normanni in Sicilia dette impulso ad una straordinaria proliferazione di miti e leggende, di usi e costumi, di temi figurativi, in definitiva di produzioni culturali che hanno poi per molti secoli, e in qualche caso fino ai giorni nostri, contrassegnato la cultura tradizionale siciliana, contribuendo potentemente a delinearne l'identità. 

 

 

appunti da:Sergio Todesco - L'eredità immateriale

 

 

 

 L’arancino? L’arancina?


Ruggero I° di Sicilia (Jarl Rogeirr) nacque in Normandia a Hauteville-la-Guichard nel 1031 (circa). Figlio di Tancredi d'Altavilla e fratello di Roberto il Guiscardo della dinastia degli Altavilla, Conte di Calabria, fu il conquistatore e il primo Gran Conte di Sicilia.


Il rosolio è un tipo di liquore, o meglio una soluzione liquorosa derivata dai petali della rosa, che viene utilizzata come base per la preparazione di altri liquori di vario sapore.


Macalda di Scaletta (Scaletta, 1240 circa – morta dopo il 14 ottobre 1308 a Messina) fu una dama di compagnia e cortigiana della Sicilia angioina e aragonese: baronessa di Ficarra per matrimonio.

Figlia di Giovanni di Scaletta e di una nobildonna siciliana, era di umili origini. Macalda era nota per la condotta politica spregiudicata, per l'inclinazione al tradimento coniugale, politico e umano, e per i facili e promiscui costumi sessuali, la cui dissolutezza, sfiorata anche dal «sospetto di incesto», tendeva a degenerare in un «esibizionismo venato di ninfomania».Beatrix karlove Fu moglie del Gran Giustiziere del Regno di Sicilia, Alaimo da Lentini. Fiera amazzone, educata alle armi e al coraggio, dotata di un portamento marziale, mossa da un'indole cinica e ambiziosa, la vigorosa personalità femminile di Macalda dispiegò la sua influenza dapprima nella cerchia di Carlo d'Angiò e poi presso la corte di Pietro III d'Aragona, la cui persona, (secondo un cronista contemporaneo) Macalda avrebbe tentato inutilmente di concupire. Le sue qualità ne fecero una protagonista di primo piano in quell'importante epoca di transizione e di violenti rivolgimenti nella storia del Regno di Sicilia che fu segnata dalla sanguinosa rivolta dei Vespri e che portò al tumultuoso avvicendamento tra il dominio Angioino e quello Aragonese. Intrigando a corte, ma anche rivaleggiando spavaldamente con la regina Costanza di Hohenstaufen, Macalda ebbe infatti un ruolo importante nel favorire inizialmente, e nel far precipitare in séguito, le fortune politiche del suo secondo marito, il vecchio Alaimo da Lentini, che della rivolta del Vespro era stato uno dei maggiori fautori. La parabola sociale e politica di Macalda, e della sua umilissima stirpe originaria, può essere considerata come un caso esemplare e paradigmatico del tipo di mobilità sociale attraverso cui, in un contesto tardo medievale normanno-svevo, una famiglia ambiziosa poteva giungere in poche generazioni dall'emancipazione dalla povertà e da condizioni subalterne, compiendo un percorso spettacolare che dalla miseria poteva attingere le alte sfere reali. La sua singolare figura, abitando le pagine della cronaca e della storia, è trasfigurata nella memoria collettiva, nel folklore e nell'immaginario collettivo: Macalda diviene la protagonista di tradizioni, miti, e leggende popolari della Sicilia, come quella catanese del pozzo di Gammazita. La sua famiglia era di umilissima estrazione sociale, e versava inizialmente in disagiate condizioni economiche, dalle quali avrebbe saputo però abilmente affrancarsi grazie a un'inarrestabile ascesa sociale il cui apice sarebbe stato toccato proprio da Macalda. La bisnonna, infatti, conduceva la sua meschina esistenza esposta alle intemperie ("sotto il sole e la pioggia") davanti alla Porta Judaeorum di Messina, dove smerciava generi alimentari su un banchetto all'aperto. Pur con questa modestissima attività, la donna riuscì non solo a sbarcare il lunario ma anche a metter da parte qualche soldo. Castello Scaletta Zanclea(100) Figlio della venditrice ambulante fu un tale Matteo Selvaggio : colui che sarebbe divenuto il nonno di Macalda, era egli stesso, agli inizi del XIII secolo, in età sveva, nient'altro che un servo o un semplice milite alle dipendenze del custode del castello demaniale di Scaletta, un presidio destinato al controllo del transito sulla strada di chi da sud raggiungeva Messina, provenendo da Catania e Siracusa. Intorno al 1220, morto il castellano, Matteo Selvaggio riuscì ad assumerne l'ufficio per concessione dell'imperatore Federico II di Svevia. Un ulteriore e decisivo passo in avanti lo dovette poi a un colpo di fortuna, il rinvenimento di un tesoro nascosto nel castello. Spogliatosi in questo modo della miseria, volle sbarazzarsi anche del poco onorevole cognome avuto. Attribuendosi la titolatura di Scaletta, Matteo volle sancire in questo modo il nuovo avanzamento di status. Il progresso economico gli aprì la possibilità di un ulteriore passo, avviare il figlio Giovanni agli studi giuridici. Quel titolo di studio, come avverte Neocastro, in quel contesto sociale, era in grado di conferire grande prestigio a chi lo avesse conseguito: e così fu anche con Giovanni al quale immancabilmente si schiusero più ampi orizzonti e nuove opportunità, tra cui anche la strada maestra verso un matrimonio altolocato, suggellato con una nobildonna siciliana del casato dei Cottone. Nel castello di Scaletta, nacquero da quel matrimonio due figli: il primogenito fu Matteo II al quale fece seguito, in un'epoca intorno al 1240, la sorella Macalda a cui sarebbe toccato in sorte l'atto definitivo nell'arrampicata sociale, l'acquisizione, in due passaggi, del prestigio politico ancora mancante.

La giovanissima Macalda fu presa in moglie da Guglielmo Amico, che un tempo era stato barone di Ficarra, ma poi spogliato dei beni ed esule al tempo degli Svevi. Fu proprio questo stato di riduzione in miseria, che diede a Macalda e alla sua famiglia la possibilità di accedere a un matrimonio con un titolato. Anche Guglielmo, dal canto suo, contava di trarre un'utilità da queste seconde nozze: la sua speranza, poi andata delusa, era che esse gli permettessero di rientrare in possesso del perduto feudo di Ficarra. Le sue aspettative, tuttavia, si rivelarono mal riposte: Guglielmo Amico cadde in disgrazia e concluse la sua esistenza ridotto in povertà. Macalda non ebbe rimorsi: abbandonò senza rimpianti il marito morente nell'Ospedale dei Templari, e si mise a vagare a lungo in abito di frate minore, soggiornando in varie provincie tra Messina a Napoli, ed esibendo un contegno non impeccabile. A Napoli, in particolare, la vedova avrebbe intrecciato una relazione di natura incestuosa con un suo parente. Tornata a Messina si infilò non riconosciuta in casa di un altro parente, con il quale impegnò una nuova relazione sessuale al limite dell'incesto. Infine Macalda, per volere di Re Carlo, riuscì perfino a vedersi confermata nel possesso dei beni inutilmente rivendicati dal suo oramai defunto marito, Guglielmo d'Amico. Francesco Hayez 023 Sempre per volere regio, la donna fu data in sposa ad Alaimo da Lentini, al tempo assai influente nella cerchia angioina, già sposato in prime nozze con un'altra, anche lei di nome Macalda. Quando i fasti di Alaimo presso la corte angioina andarono declinando, fu anche grazie alle manovre dell'intrigante moglie se egli riuscì a rifarsi una reputazione, dapprima presso i siciliani, divenendo uno dei principali ispiratori dei Vespri (rivolta cui aderì pure la consorte), e poi presso la corte aragonese. Scoppiata la rivolta, nel frangente che vide Alaimo partire per difendere Messina dall'assedio, Macalda diventò governatrice di Catania facendo le veci del marito.

In quell'occasione, Macalda si rese protagonista a Catania di uno spregiudicato tradimento ai danni dei francesi che si erano rivolti a lei negli strepiti del Vespro: dopo aver simulato un'accoglienza benevola, li spogliò invece dei beni per poi abbandonarli in balia del popolo inferocito.

L'ambiziosa Macalda pareva mirasse molto in alto per realizzare i suoi disegni di potere. I siciliani avevano pregato Costanza di Svevia, figlia di re Manfredi, di accettare la corona di Sicilia, come ultima degli Hohenstaufen. Il consorte della regina, Pietro III d'Aragona, appoggiò l'iniziativa e si preparò a sbarcare nell'isola.

Sempre al periodo dei Vespri, ma successivamente allo sbarco di Pietro d'Aragona in Sicilia, risale un intrigo da lei ordito allo scopo di guadagnarsi il ruolo di «favorita» del re, un episodio che getta ulteriore luce sul suo spregiudicato arrivismo. In quel tempo, infatti, venuta a conoscenza dell'arrivo dell'aragonese a Randazzo, Macalda gli si presentò in pompa magna, adornata in superbe vesti marziali, con in mano una mazza d'argento, animata da intenzioni di concupiscenza sessuale che si fecero presto esplicite.  Pietro III d'Aragón Il re, rifuggendo a quel tempo da avventure amorose, fece finta di non intenderne le mire e, pur onorandola e trattandola con cortesia, la condusse di persona all'albergo con un corteo di cavalieri. Il contegno di Pietro non fece desistere Macalda dalle sue mire: mostrando di non darsene a intendere, si mise a seguire l'aragonese nel suo itinerario attraverso l'isola. Giunto il re a Furnari, nei pressi di Milazzo, mentre era già notte gli si accostò e ottenne udienza un uomo senescente, in stato d'indigenza, d'aspetto miserabile, coperto di cenci di pelle dell'Etna: era il messinese Vitale del Giudice (Vitalis de Judice), un tempo amico e sodale di Manfredi, poi ridotto in stato di mendicità dalla coerente fedeltà da lui coltivata verso la dinastia sveva. Il vecchio mise in guardia il re dalla volatilità delle alleanze politiche in terra siciliana e, in particolare dall'incostanza di Alaimo, già traditore di Manfredi e Carlo d'Angiò, ma reso ancor peggiore da condizionamenti e intrighi che, a dire del canuto mendico, egli subiva da Macalda e dallo scellerato padre di lei, Giacomo Scaletta. Il re non sembrò dargli troppo peso e lo congedò gentilmente dicendo che il suo desiderio in quella terra era di farsi amici e non di coltivare o fomentare sospetti su eventi passati. Il giorno dopo, comunque, ricordandosi degli ammonimenti di quel vecchio vendicativo, decise di svelenire il clima promulgando un'amnistia per chiunque si fosse macchiato di reati politici. In località Santa Lucia Macalda chiese ospitalità al re, già acquartierato nel locale castello, adducendo a motivo la mancanza di alberghi in quel piccolo borgo, essendo lei giunta per ultima. Il re le concesse allora le sue stanze ma, non volendo abboccare, si trasferì in un albergo, dove però si vide nuovamente raggiunto dall'insistente Macalda. Ancora una volta il re lasciò cadere nel vuoto le avance della donna: chiamò il suo maggiordomo e provò ad accomiatarsi per la notte, ma, di fronte all'insolenza di Macalda, che rimaneva incollata alla sedia, pensò bene di liberarsi dall'imbarazzo chiamando in stanza i proprietari e i loro familiari, intrattenendosi a lungo con quell'uditorio in vari discorsi e divagazioni, tra cui un'ostentazione della sua provata fedeltà coniugale. Il conciliabolo continuò fino all'alba, finché il re, dovendo partire in armi, non si congedò da tutti i suoi interlocutori, vanificando l'occasione inseguita dalla donna.

Macalda e Alaimo fecero parte della nuova corte, così intimi del re da essere ammessi a sedere anche alla sua mensa.  Alaimo, nelle intenzioni del re, ebbe un ruolo di primissimo piano: quando Pietro lasciò il Regno per la Francia, dovendo affrontare Re Carlo in quel celebre duello di Bordeaux che non avrà mai luogo, il re aragonese scelse proprio Alaimo, come Giustiziere, e Giovanni da Procida, come cancelliere, per affiancare i due reggenti, la moglie Costanza e l'infante Giacomo. Alaimo era così l'unico siciliano in un governo in cui Costanza aveva il delicato compito di gestire, mediare e ricomporre, le tensioni politiche e le spinte autonomistiche che attraversavano l'isola, quelle stesse tensioni e aspirazioni di cui Alaimo, già capitano di Messina ai tempi della Communitas Siciliae, era «il più autorevole esponente». Alle cure di Alaimo, inoltre, il re affidò il delicatissimo compito della custodia delle persone e della salvaguardia dell'integrità fisica dei suoi familiari. D. Constança de Hohenstaufen, Rainha de Aragão - The Portuguese Genealogy (Genealogia dos Reis de Portugal) Ma la sconfitta inflittale dalla fedeltà coniugale ostentata da Pietro d'Aragona, ferì gravemente il suo orgoglio femminile, inducendo Macalda a comportamenti astiosi, con atti di gelosia ed emulazione nei confronti della corte e segnatamente della regina Costanza di Svevia. Macalda prese a sfidarla apertamente, atteggiandosi ad altezza reale, e diede mostra di snobbare e sminuire a tal punto da rifiutarsi finanche di chiamarla "regina", limitandosi, nella sua alterigia, al riduttivo appellativo "madre di Giacomo". Macalda inaugurava così una stagione di folle e dispendiosa rivalità con le altezze reali, che la portò a rifiutare la benevolenza della regina, della cui persona evitava accuratamente la frequentazione, se non nelle occasioni in cui vantarsi di una particolare acconciatura o in cui far sfoggio di qualche speciale veste intessuta in porpora imperiale. Gli episodi di questa rivalità menarono gran scandalo nell'ambiente, mettendo a dura prova la benignità e la proverbiale pazienza della regina. Su tale rivalità a senso unico, sono tramandati alcuni aneddoti.

In occasione di una malattia, la debilitata Costanza si era recata al duomo di Monreale entrando a Palermo in lettiga, anziché a cavallo com'era suo solito. Macalda non perse l'occasione per emularla: in perfetta salute e senza alcun'altra ragione, sfilò per le strade di Palermo in una lussuosa lettiga bardata di panno rosso, riottosamente retta a spalle da alcuni militi del marito e da contadini del suo paese. Lo stesso fece, rientrando a Catania, durante l'ingresso a Nicosia, vessando i riluttanti portatori, fino a costringerli a esporsi a lungo, fermi e alle intemperie. Rimasta incinta, iniziò a lamentare un presunto stato di infermità, grazie al quale pretese e ottenne di poter dimorare nel convento dei Frati minori: questa convivenza era necessaria, a suo dire, per garantirle l'agognata tranquillità a distanza dagli strepiti del popolo, ma questa prossimità forzata tra sacro e la sua discussa figura profana, apparve scandalosa ai più. Poco dopo il parto, Macalda si rese protagonista di un nuovo affronto alla regina Costanza: questa, insieme ai suoi figli Giacomo e Federico, si era offerta di tenere a battesimo il neonato, allora di quindici giorni. Macalda finse di indugiare, accampando la futile scusa della fragile costituzione del bambino, non in grado, a suo dire, di sopportare l'acqua del fonte battesimale. Ma tre giorni dopo, senza alcuna valida ragione, lo fece battezzare pubblicamente da persone prese dal popolo, snobbando platealmente l'offerta reale. In altra occasione, narra Bartolomeo di Neocastro, l'Infante Giacomo, sotto la reggenza di Costanza, si diede a passare in rassegna le contrade dell'isola accompagnato da trenta cavalieri. Macalda, come era suo costume, si intromise subito ad accompagnarlo, ma volle farlo con la consueta tracotanza, atteggiandosi a «giustiziere quanto il marito», scortata da un corteo comparabile per lusso ma immensamente superiore per numero, e di aspetto piuttosto equivoco: lo stuolo a cui si accompagnava, contava infatti ben «trecentosessanta uomini d'arme, di dubbia fede o sospetti, spigolati apposta da varie terre», un nutrito manipolo di scherani, una soldataglia, più che un corteo di cavalieri.

Furono anche questi suoi comportamenti a determinare la disgrazia della donna, e a favorire e accelerare quella del suo consorte Alaimo. Messina castello di Matagrifone Rocca Guelfonia Torre bastione guelfonia L'evento che fece precipitare la reputazione di Alaimo fu infine il suo comportamento indulgente nei confronti del principe di Salerno Carlo lo Zoppo, figlio di Carlo I d'Angiò. Ormai caduto in disgrazia, sospettato di congiura, Alaimo incontrò la forte ostilità di Giacomo II d'Aragona: bersagliato da accuse debolmente fondate, fu invitato da Giacomo a recarsi in visita dal Re Pietro in Aragona. Partì per Barcellona il 19 novembre 1284, incontrando la cordiale accoglienza del re, dal quale fu però tenuto sotto una così stretta sorveglianza da potersi considerare quasi prigioniero. La partenza di Alaimo mise in fermento il suo entourage e diede intanto la possibilità ai suoi oppositori di individuarne e perseguirne i presunti complici. Nel 1285 uscì fuori anche una corrispondenza che egli avrebbe segretamente intrattenuto con il re di Francia, per il tramite dell'avvocato Garcia di Nicosia, quest'ultimo prontamente ucciso dai suoi nipoti nel tentativo disperato, rivelatosi poi inutile, di alleggerire la posizione di Alaimo mettendolo a tacere per sempre. Alla partenza di Alaimo seguirono quindi degli arresti che finirono per colpire anche Macalda, imprigionata nel castello di Messina, insieme ai figli, il 19 febbraio 1285 poco dopo la partenza del marito. Sorte ben peggiore era già toccata poco prima a suo fratello Matteo junior, giustiziato ad Agrigento, il 13 gennaio 1285, per decapitazione a fil di mannaia. Alaimo fu trattenuto a lungo in Catalogna, protetto dalla sincera benevolenza di cui poteva ancora godere presso Pietro d'Aragona e, finché quest'ultimo fu in vita, gli fu risparmiato ogni pericolo. Morto però il re d'Aragona, Alaimo non sopravvisse all'avversione di Giacomo II, che convinse il fratello primogenito Alfonso III a darglielo in consegna. Così, nell'agosto 1287, il giorno 4, Alaimo veniva affidato a uno solo degli inviati di Giacomo, Bertrando de Cannellis, che ripartiva subito per la Sicilia: senza veder ancora esaudita la propria pretesa di difendersi in un regolare processo, insieme ai suoi nipoti (tra cui Adenolfo da Mineo) fu imbarcato sulla nave che, apparentemente, sembrava volerlo ricondurre in Sicilia. Ma, a sua insaputa, il suo destino era già segnato prima della partenza: quando il viaggio volgeva al termine, lui e i suoi nipoti furono condotti ignari sul ponte della nave, presso Marettimo, mentre ormai la Sicilia era già all'orizzonte. Videro così esaudita la loro speranza di rivedere la patria, ma, appena dopo, gli fu letta la condanna a morte pronunciata nei loro confronti da Giacomo, il cui dispositivo fu poi sommariamente eseguito per annegamento: avvolti in lenzuoli e zavorrati, furono gettati vivi in mare, secondo il rituale della cosiddetta mazzeratura. Dall'epoca della sua reclusione, di Macalda si perde praticamente ogni traccia nelle cronache, un silenzio che ha autorizzato gli storici a presumerne la morte avvenuta in carcere dopo la cattura.

Wikipedia e altre fonti

 

Il Pozzo di Gammazita è un sito che si trova nel centro storico di Catania,


Dedalo è un personaggio della mitologia greca; grande architetto, scultore ed inventore, noto soprattutto per essere il costruttore del famoso labirinto del Minotauro.Dedalo era ateniese d'origine, noto come uno della tribù chiamata Eretteide; era, infatti, figlio di Mezione, figlio di Eupalamo, figlio di Eretteo.

 


Superando di molto per capacità naturali tutti quanti gli altri uomini, coltivò con passione sia l'architettura, sia la creazione di statue, sia la lavorazione della pietra. Fu anche l'inventore di molti strumenti utili alla sua arte e costruì opere che suscitavano ammirazione in molte contrade del mondo abitato.Nella creazione delle statue era talmente superiore a tutti quanti gli uomini che le generazioni successive favoleggiarono che le statue da lui create fossero quasi come degli esseri viventi: infatti, esse sembravano che potevano vedere e camminare e, in generale, serbavano l'impostazione del corpo intero, cosicché pareva che l'oggetto da lui creato fosse una creatura vivente. korePoiché fu il primo a raffigurare gli occhi e a riprodurre le gambe divaricate nell'atto di camminare, e ancora le mani tese, a ragione era ammirato dagli uomini.Gli artisti vissuti prima di lui creavano le statue con gli occhi chiusi e con le mani aderenti ai lati del corpo. Ora, benché Dedalo fosse ammirato per la sapienza artistica, fuggì dalla patria in quanto riconosciuto colpevole di omicidio per le seguenti cause. Talo ( o Calo o Perdice ), il figlio nato alla sorella di Dedalo, veniva educato presso Dedalo, quando era ancora ragazzo. Ma, essendo più dotato del maestro, inventò il tornio, e quando si imbatté per caso nella mandibola di un serpente, dopo aver segato con questa un piccolo pezzo di legno, imitò la dentellatura dei denti del serpente. Per questo, fabbricata una sega di ferro, e segando con essa il legno che usava nel suo lavoro, pare abbia inventato uno strumento di grande utilità per l'edilizia. Parimenti, inventò anche il compasso e alcuni altri ingegnosi strumenti,  e si guadagnò notevole celebrità. Dedalo, invidioso del ragazzo, pensando che costui avrebbe superato di molto in celebrità il maestro, lo assassinò. Sorpreso nell'atto di seppellirlo, gli fu chiesto per chi stesse scavando, ed egli rispose che stava sotterrando un serpente. Accusato e riconosciuto colpevole di omicidio dagli Areopagiti, dapprima fuggì in una contrada dell'Attica, i cui abitanti ricevettero il nome di Dedalidi, in suo onore. Poi, dopo che fu scappato a Creta, dov'era ammirato per la celebrità della sua arte, divenne amico del re Minosse.

Secondo il mito che è stato tramandato, poiché Pasifae, la moglie di Minosse, si innamorò del toro; pasifaeDedalo, riproducendo un marchingegno simile a una vacca, aiutò Pasifae ad appagare il suo desiderio.

I miti raccontano, infatti, che prima di quei tempi Minosse consacrava ogni anno abitualmente a Poseidone il più bello dei tori che gli erano nati e lo sacrificava; ma poiché allora nacque un toro che si distingueva per bellezza, ne sacrificò uno di quelli a esso inferiori.
Poseidone, incollerito nei confronti di Minosse, fece sì che la moglie Pasifae si innamorasse del toro.
Grazie all'ingegnosità di Dedalo, Pasifae, unitasi con il toro, generò il mitico Minotauro. GeorgeF.Watts-MinotaurosChe aveva una doppia natura: aveva le parti superiori del corpo fino alle spalle di toro, e le altre di uomo.  Come posto dove tenere questo mostro si dice che Dedalo costruì un labirinto con le vie d'uscita difficili da trovare per chi non ne avesse esperienza; in esso veniva allevato il Minotauro, a cui venivano sacrificati fanciulle e fanciulli.

 Ora, Dedalo informato della minaccia che gli muoveva Minosse a causa della costruzione della vacca, temendo l'ira del re, salpò da Creta con la collaborazione di Pasifae, che gli diede un'imbarcazione per andarsene.

 Fuggì insieme a lui il figlio Icaro,  approdarono su un'isola in mare aperto, dove Icaro, discendendo sull'isola in modo arrischiato, cadde in mare  e morì, e da lui il mare ebbe nome Icario e l'isola fu chiamata Icaria.

Dedalo, salpato da quest'isola, approdò in Sicilia, nel territorio sul quale regnava Cocalo, che lo ricevette e che, per il suo ingegno e la sua celebrità, lo fece proprio amico intimo.

 

Alcuni però raccontano un mito secondo il quale quando Dedalo soggiornava ancora a Creta ed era tenuto nascosto da Pasifae, il re Minosse, che desiderava infliggere una punizione a Dedalo ma non era in grado di trovarlo, fece rintracciare tutte le imbarcazioni presenti sull'isola e promise che avrebbe dato una grande somma di denaro a chi lo avesse rintracciato.Icarus by Pecheux Landon-IcarusandDaedalus Allora Dedalo, rinunciando alla fuga con un'imbarcazione, costruì con straordinaria ingegnosità delle ali meravigliosamente modellate in cera; dopo che le ebbe messe addosso al corpo di suo figlio e al suo, inaspettatamente volarono via e scapparono sorvolando il mare vicino all'isola di Creta.  E Icaro, a causa della sua giovane età, si spinse in volo troppo in alto e cadde in mare, dopo che per il sole si fu fusa la cera che teneva insieme le ali; invece Dedalo volando radente al mare e bagnando costantemente le ali, si mise in salvo in Sicilia. 

Dedalo passò molto tempo presso Cocalo e i Sicani, ammirato per l'eccezionalità della sua arte. Costruì su quest'isola opere che rimangono ancora oggi. Nella  Megaride (o nel territorio di Selinunte o di Agrigento ? ) costruì un capolavoro d'ingegneria, quella che ha nome kolymbethra, tramite la quale un grande fiume, chiamato Alabon (Carabollace ), sfocia nel mare vicino.