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Ettore Majorana (Catania, 5 agosto 1906 – Italia, 27 marzo 1938 (morte presunta) o in località ignota dopo il 1959 è stato un fisico italiano. Operò principalmente come teorico della fisica all'interno del gruppo di fisici noto come i "ragazzi di via Panisperna": le sue opere più importanti hanno riguardato la fisica nucleare e la meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini. La sua improvvisa e misteriosa scomparsa suscita, dalla primavera del 1938, continue speculazioni riguardo al possibile suicidio o allontanamento volontario, e le sue reali motivazioni, a causa anche della sua personalità e fama di geniale fisico teorico.


Ettore Majorana, penultimo di cinque fratelli, nacque a Catania in via Etnea 251 il 5 agosto del 1906 da Fabio Massimo Majorana (1875-1934) e da Dorina Corso (1876-1965). Il nonno di Ettore, Salvatore Majorana Calatabiano (1825-1897), era stato deputato dalla nona alla tredicesima legislatura nelle file della sinistra storica, due volte ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e terzo governo Depretis (1876-1879) e senatore del Regno d'Italia nel 1879. Il padre Fabio, ultimo di cinque fratelli, si era laureato a diciannove anni in Ingegneria e quindi in Scienze fisiche e matematiche. Gli altri quattro erano Giuseppe, giurista, rettore e deputato, nato nel 1863; Angelo, statista, 1865; Quirino, fisico, 1871; Dante, giurista e rettore universitario, 1874. Gli altri fratelli di Ettore erano: Rosina, Salvatore, dottore in legge e studioso di filosofia; Luciano, ingegnere civile, specializzato in costruzioni aeronautiche si dedicò alla progettazione e costruzione di strumenti per l'astronomia ottica; Maria, diplomata a pieni voti in pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia. Il figlio di Salvatore, Ettore Majorana jr., nato dopo la sua scomparsa, ha intrapreso la carriera di fisico come lo zio omonimo, presso l'Università La Sapienza di Roma. Ettore fu praticamente un bambino prodigio rivelando una precocissima attitudine per la matematica, svolgendo a memoria calcoli complicati fin dall'età di 5 anni e inoltre si dedicò allo studio personale della fisica, disciplina che sin da piccolo lo affascinava. Alla sua educazione sopraintese (sino a circa nove anni) il padre. Ettore terminò le elementari e successivamente il ginnasio (completato in soli quattro anni) presso il collegio "Massimiliano Massimo" dei Gesuiti a Roma. Possedeva anche un'ottima cultura umanistica in letteratura (apprezzava molto il conterraneo Luigi Pirandello) nonché un raffinato senso dell'umorismo e dell'ironia, acuto nelle osservazioni e nei discorsi di cultura generale. Quando anche la famiglia si trasferì a Roma nel 1921, continuò a frequentare l'istituto Massimo come esterno per il primo e secondo anno del liceo classico. Frequentò il terzo anno presso l'istituto statale Torquato Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì la maturità classica. Terminati gli studi liceali Ettore si iscrisse alla facoltà d'Ingegneria. Fra i suoi compagni di corso vi erano il fratello Luciano, Emilio Segrè, Enrico Volterra.

fonte:Wikipedia

È il 1937, Enrico Fermi lo va a trovare per convincerlo a partecipare al concorso per la cattedra di Fisica teorica bandito dall’Università di Napoli. Majorana prima non ne vuol sapere, poi accetta.

L’esito degli esami è scontato, vince e diventa professore. Ama Napoli. Nelle poche lettere che scrive alla famiglia, indugia su aspetti apparentemente irrilevanti. In una missiva, per esempio, fa sapere che avrà la possibilità di vedere hitler, dalla finestra del suo appartamento, in occasione della visita a Napoli del dittatore tedesco. Nei primi mesi del 1938, si presenta alla Chiesa del Nuovo Gesù, a Napoli, per informarsi su ciò che bisogna fare per essere ammessi a compiere esperienze di meditazione religiosa.

A una sua allieva, poi, consegna alcune cartelle contenenti fogli con degli appunti, purtroppo destinati a scomparire in circostanze mai chiarite. Subito dopo sparisce. Ma prima scrive lettere di commiato dirette alla famiglia e al direttore dell’Istituto di fisica dell’Università di Napoli. Si arriva così al giorno dell’imbarco sulla nave diretta in Sicilia e alla drammatica lettera che precede la partenza.

Il giorno dopo, Majorana scrive da Palermo al professor Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica dove egli insegna: «Il mare non mi ha voluto». Si lascia, poi, andare a considerazioni che fanno riflettere: «Non mi considerare una ragazza ibseniana, il caso è differente». Questa volta sparisce, senza lasciare alcuna traccia. Quella mente fervida ma dilaniata dai pensieri che fine ha fatto?

L’ipotesi più probabile, quella che Majorana abbia voluto farla finita con la vita, è quasi sempre scartata da quelli che l’hanno conosciuto o hanno seguito i percorsi mentali che lo portavano lontano dalla ricerca scientifica. Perché questa ipotesi è sembrata più plausibile di quella del suicidio? Semplice, lo scienziato catanese scrive lettere d’addio a parenti e amici ma si preoccupa di rinnovare la validità del passaporto e ritirare il denaro depositato in banca. Chi vuole uccidersi non si comporta così. E allora?

Ipotesi, sospetti e supposizioni rimbalzano nello scenario delle investigazioni che, malgrado gli sforzi, restano senza esito.
C’è chi crede di averlo incontrato in Argentina, anonimo ingegnere con un nome di copertura. Altri sono certi di riconoscerlo in un barbone che, negli anni ’50, viveva a Mazara del vallo. Colpisce la capacità di insegnare matematica e fisica ai giovani.
La sua scomparsa, tuttavia, coincide con i cupi tempi della guerra. Mussolini è interessato al suo caso. I servizi segreti pure. Chi ha avuto interesse a metterlo a tacere per sempre? Quale potenza nemica ha pensato di rapire lo scienziato che annotava le sue portentose intuizioni sulle scatole delle sigarette?
Lo ha costretto a lavorare in incognito? ha preferito togliere di mezzo chi poteva assicurare all’Italia un’arma spaventosamente micidiale?
È lui il grande fisico del quale si parla nel processo di Norimberga come principale consigliere di hitler e del quale nessuno ha dichiarato di conoscere l’identità? C’è stato anche chi ha sussurrato un nome, Klingsor, nome di comodo per mascherare lo scienziato siciliano.


Ma forse si è chiuso in un convento per allontanarsi dalle tentazioni del mondo. Leonardo Sciascia, in un libro, ha lanciato questa ipotesi, affascinante, mistica ma priva di basi, come tutte le altre. 

fonte:Sicilia segreta e misteriosa di Salvatore Spoto

 

 

La strage di Portella della Ginestra fu l'eccidio di lavoratori che avvenne in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947.


Il 1º maggio 1947, nel secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in prevalenza contadini, si riunirono in località Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).

Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, avvennero attentati con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto un morto e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.

La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”.

Solo quattro mesi dopo la tesi ufficiale fu: che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S. .
Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi". Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro dell'Interno Mario Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto.

Il processo iniziato nel 1950, dapprima istruito a Palermo poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse nel 1953,  con la conferma della tesi che gli unici responsabili erano Giuliano (ormai ucciso il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e i suoi uomini, che furono condannati all'ergastolo.
Durante il processo, il bandito Gaspare Pisciotta, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse contro i deputati monarchici Giovanni Alliata Di Montereale, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso ed anche contro i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba, da lui accusati di aver avuto incontri con il bandito Giuliano per pianificare la strage di Portella della Ginestra: tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage

fonti:Wikipedia

Portella della ginestra :  strage di stato ?

 

 

 

La Sicilia al pari della Mesopotamia è stata protagonista delle vicende che hanno portato alla nascita dell'agricoltura circa 10.000 anni avanti Cristo. 


Acireale

In siciliano è semplicemente Jaci (dal greco Akùs, penetrante), riferito alle fredde acque del fiume Aci, poi coperto dalle lave dell’Etna. Gli abitanti Acesi; in siciliano, Jacitani.
stemma_acireale

Giosuè Carducci, parlando della Sicilia nelle sue Primavere Elleniche ha scritto: «Sai tu l’isola bella, a le cui rive
 manda Jonio i fragranti ultimi baci
nel cui sereno mar Galatea vive
e sui monti Aci?»;
e l’accademico di Francia Renato Bazin, avendola visitata nel 1891, nei suoi Bozzetti italiani ha definito Acireale «cittadina oltremodo affascinante, la più dolce che mi sia stato dato di incontrare in Sicilia».

Nel 1642 Filippo IV, re di Spagna, onorò Aci del titolo di “Fedelissima”, e la dichiarò «città a lui particolarmente cara». Da allora Aci si è chiamata “Acireale”; ma, quando il re ebbe bisogno di soldi, non esitò a venderla al migliore offerente, come accadde nel 1656.
Acireale, piazza del duomo Il primo fenomeno di capitalismo borghese nell’isola si è verificato ad Acireale; e che gli acesi siano stimati danarosi, è dimostrato dal detto popolare che suona:
E sordi, cci dumanni ’e Jacitani!
(«Se hai bisogno di soldi,
chiedili agli acesi!»).

LA LEGGENDA DI ACI E DI GALATEAacireale_aci&galatea

La bellissima ninfa Galatea e il pastorello Aci si amavano teneramente; ma il ciclope Polifemo, poiché Galatea aveva respinto le sue profferte amorose, schiacciò Aci con un enorme masso. In realtà, si tratta di un fatto vulcanico, con le lave dell’Etna che ricoprono un fiume; ma  la delicata leggenda ha ispirato un efficace gruppo marmoreo,opera dello scultore acese Rosario Anastasi (1806-76), che si ammira nel bel Giardino pubblico della città.

LE QUATTRO SULTANE DI ACI

Quattro ragazze del litorale acese, tra le molte rapite dai corsari turchi tra il XVI e il XVII secolo, ebbero straordinarie avventure. Di nome Stella, Venera, Rosalia e Rosa; di esse la prima, Stella, divenne addirittura la favorita del sultano Murad III, che regnò dal 1564 al 1595. 

IL FUCILE A DOPPIO USO

mostroLa leggenda attribuisce al barone Don Arcaloro Scammacca l’invenzione di uno speciale fucile, da cui partivano contemporaneamente due colpi: uno verso il bersaglio e l’altro verso colui che tirava il grilletto. Si dice che egli si sia servito di questo specialissimo fucile, per eliminare non soltanto i suoi avversari, ma anche i sicari, cui affidava le sue vendette. Ma bisogna riconoscere che anche i suoi scherani non dovessero brillare di eccessiva intelligenza, se adoperavano questo “fucile a doppio uso” senza prevederne gli effetti.

ACESI ILLUSTRI
  • il favolista Verendo Gangi (1748-1816), che meritò di essere chiamato il “La Fontaine della Sicilia”;
  • il filosofo Giovambattista Grassi Bertazzi (1867-1951), che insegnò all’Università di Catania, e fu sempre coerente antifascista;
  • il marionettista Emanuele Macrì (1906-74), la cui “Opera dei pupi” divenne un polo di attrazione per il turismo isolano;
  • il numismatico Agostino Pennisi, barone di Floristella (1890-1963), autore dell’opera Siciliae veteres nummi;
  • il giornalista Antonio Prestinenza (1894-1967), che per vent’anni diresse il quotidiano «La Sicilia» di Catania;
  • lo storico Vincenzo Raciti Romeo (1849-1937), puntuale illustratore delle vicende acesi;
  • il prelato Mariano Spada (1796-1872), che a Roma divenne Maestro dei Sacri Palazzi, e si batté vittoriosamente per l’istituzione della Diocesi di Acireale, ottenuta nel 1844 e funzionante dal 1872;
  • l’insigne pittore Pietro Paolo Vasta (1697-1760), autore degli splendidi affreschi della basilicata di San Sebastiano.
MODI DI DIRE

Sono quasi tutti influenzati dal campanilismo con Catania; per cui, se gli acesi dicono che i catanesi sono fàusi (falsari), i catanesi rispondono che gli acesi sono trunza (torsi di cavolo); e all’espressione catanese Fari ’na jacitanata (cioè, commettere una stupidaggine), corrisponde quella acese di Fari ’na catanisata, cioè una mascalzonata.  Un’espressione tipicamente acese è Irisinni ’e Valateddi, che significa “morire”, perché alle Balatelle si trova il cimitero di Acireale.

Santa Tecla BW 2012-10-05 08-06-21 LE BORGATE DI ACIREALE

Sono diciotto:

  1. Aci Platani (i cosiddetti Patané, che è anche un diffuso cognome);
  2. Balatelle;
  3. Capo Mulini;
  4. Gazzena;
  5. Guardia;
  6. Màngano;
  7. Pennisi;
  8. Piano Api;
  9. Pozzillo (nota fino a poco tempo fa  per le sue acque minerali: del resto, Acireale è una nota stazione termale, con le Terme di Santa Venera);
  10. San Cosmo;
  11. San Giovanni Bosco;
  12. Santa Tecla coast Santa Caterina (i cosiddetti “Cavallari”, per le guardie a cavallo che vi avevano sede, e che sono divenute anch’esse un diffuso cognome);
  13. Santa Maria Ammalati;
  14. Santa Maria la Scala, dove invano gli acesi speravano di costruire un porto per il loro commercio vinicolo;
  15. Santa Maria la Stella;
  16. Santa Tecla (che non è il nome di una santa, ma l’arabo Shant Dagla, che significa “luogo di approdo”)
  17. Scillichenti, detta così perché le cavalcature scivolavano facilmente sull’acciottolato lavico delle strade di campagna;
  18. Stazzo (dal latino statio, porticciolo).
Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia- Santi Correnti

A picco sul mare venne fondato dai Normanni un castello, attorno al quale si formò il borgo, concesso da Ruggero ai Vescovi di Catania. Nel 1169 un terremoto distrusse in parte il borgo, cosicché la maggior parte degli abitanti si trasferì nel territorio circostante; successivamente il paese fu ripopolato. Mentre il castello appartenne a Ruggero di Lauria, venendo espugnato nel 1297 da Federico II d'Aragona, il borgo rimase a lungo possesso dei Vescovi di Catania. Passato in seguito agli Aragona, Aci Castello fu acquistato nel 1760 da Giuseppe Emanuele Massa. Il castello, assai pittoresco per la sua posizione su una roccia vulcanica e per il colore scuro delle sue cortine, risale, come già detto al periodo normanno (XI secolo), ma si presenta soprattutto nei rifacimenti dei secoli XIII-XIV, con robuste torri merlate. Nel XIX secolo, nell'allora borgo marinaro di Aci Trezza, lo scrittore Giovanni Verga ambientò il romanzo I Malavoglia. 

Acicastello

Gli agrumeti interessano la maggior parte della superfice coltivata (circa 520 ha); tra le colture minori prevalgono l'olivo, la vite, il mandorlo e gli ortaggi. Aci Castello è inoltre una frequentata e attrezzata località turistica e balneare.

 

Da Visitare  

 

  • il Castello di Aci, su una rupe che si affaccia sul mare. La rupe è costituita da un imponente ammasso di grossi globi basaltici, ciascuno dei quali è coperto da una crosta vetrosa ed internamente diviso in prismi angolosi irraggianti dal centro verso la periferia. Piccole masse di tufo o argilla occupano gli interstizi fra i diversi globi. Questa struttura, di cui esistono pochi altri esemplari al mondo e non così belli, è attribuita a un’eruzione basaltica nel mare poco profondo, nel quale la massa liquida del magma vulcanico, lacerata dalle forze eruttive, si è sparsa come un cavolfiore. Le sue estremità hanno assunto la forma sferoidale, raffreddandosi improvvisamente nella massa esterna, come prova la crosta vetrosa. Una lava relativamente recente, che si ritiene quella 1169, investì la rupe di Aci, formando a nord di essa ampie caverne, in cui sono incrostazioni calcaree con perforazioni di litodomi fino a 6 m sull’attuale livello del mare, il che farebbe ascendere a 8 mm all’anno l’emersione bradisismica del luogo. Il Castello, di lava nera come la roccia su cui sorge, fu eretto nel 1076; appartenne a Ruggero di Lauria e fu espugnato nel 1297 da Federico II d’Aragona.
  • Festa Patronale di San Mauro il 15 gennaio
  • La riserva naturale integrale Isola di Lachea e Faraglioni dei Ciclopi e la riserva naturale marina Isole Ciclopi tutela le aree terrestri e marine in corrispondenza dell'arcipelago dei Ciclopi con l'isola Lachea.

Curiosità 

 Questi luoghi sono così suggestivi e seducenti, che una celebre attrice piemontese, Giacinta Pezzana (1841-91), dopo avere girato il mondo, nel 1886 decise di stabilirsi ad Aci Castello, e vi morì cinque anni dopo. Nella piazza antistante il castello c’è un suo busto; e la sua tomba, in pietra lavica, è stata eretta, a spese del Comune, nel cimitero del paese che ella amò sopra ogni altro.

Santi Correnti- Sicilia insolita

La “Pietra del malconsiglio”

è legata al ricordo di un periodo drammatico della storia siciliana, quando dopo la morte di Ferdinando il Cattolico, avvenuta il 23 gennaio 1516, il viceré Ugo Moncada assunse un atteggiamento di ribellione nei confronti del potere centrale.Pietra del Malconsiglio 2 Egli non solo si rifiutò di lasciare il prestigioso incarico, espressione di un rapporto fiduciario con il defunto sovrano ma, appoggiato da una parte dei nobili siciliani, scatenò una terribile rivolta.
Il fuoco della protesta divampò a Palermo per poi estendersi nel resto dell’isola. Per più di tre anni, faide e congiure insanguinarono le strade e avvelenarono gli animi. La rivolta trovò a Catania nuova paglia per il suo fuoco.
La nobiltà etnea, infatti, si schierò dalla parte del viceré ribelle. I rivoltosi individuarono come rifugio segreto per i loro incontri un giardino nell'antico “Piano dei Trascini”. Vi giaceva in stato di abbandono un capitello dorico in pietra lavica, scelto come tavola intorno alla quale i congiurati erano soliti sedersi in occasione degli incontri. C’era anche un antico architrave che divenne parte del temporaneo “arredamento” del luogo segreto. Anche questo certamente proveniva da un grande tempio dell’antica Katana.
Alla fine Moncada e i suoi sostenitori finirono per soccombere.Ingresso Castello Ursino - Pietra del Malconsiglio Il viceré, Ettore Pignatelli, inviato dal potere centrale, usando le maniere forti ebbe la meglio sui rivoltosi. La repressione fu durissima. Numerosi congiurati finirono sul patibolo per essere appesi alla forca. I più fortunati, si fa per dire, riuscirono a salvare la vita ma furono costretti a lasciare l’isola per raggiungere i lontani luoghi dove sarebbero vissuti in esilio.
I palazzi dei congiurati furono demoliti perché non restasse alcun loro ricordo. A Catania, il Senato ordinò lo smantellamento anche del luogo ove avvenivano gli incontri segreti.
Furono, dunque, rimossi il capitello e l’architrave.
Il primo, chiamato “Pietra del malconsiglio”, fu innalzato nel piano della Fiera, antico nome di piazza Università, mentre il secondo fu sistemato all'ingresso del palazzo della Loggia per essere utilizzato come piano d’appoggio ai carnefici che dovevano fustigare i debitori.
Gli antichi monumenti, tuttavia, finirono per cadere nell'oblio. Bisognerà aspettare l’anno 1872, quando la “pietra del malconsiglio” sarà ricollocata in un angolo del cortile del Palazzo Carcaci e l’architrave finirà in un cortiletto, nella parte posteriore del teatro Massimo Bellini.

 La pietra rimase fino al 2009, anno in cui venne nuovamente trasferita all'ingresso del Museo Civico al Castello Ursino decorata da piccole composizioni floreali. Lasciata in balia degli elementi e di anonimi incivili che ne hanno divelto il giardinetto decorativo, la pietra è rimasta "anonima" fino al 28 maggio 2013, quando una scuola di Librino, grazie a fondi POR, ha fatto omaggio alla città e alla pietra di una targa commemorativa con una breve storia del reperto. Dall'autunno successivo il manufatto è conservato nell'androne occidentale del Palazzo degli Elefanti

Wikipedia

Gli Elimi erano un antico popolo della Sicilia occidentale.


La storia del Risorgimento siciliano prende le mosse da lontano e presenta due distinti periodi per i quali il 1860 rappresenta una sorta di spartiacque: la Sicilia borbonica (che precede questa data) e la Sicilia unitaria, che la segue.

Penisola italiana nel marzo del 1860 (restano visibili i confini del 1859)

Penisola italiana nel marzo del 1860 (restano visibili i confini del 1859)

Passata la bufera napoleonica, tornò sul trono di Napoli nel 1815 re Ferdinando di Borbone, il quale non soltanto abolì la Costituzione concessa nel 1812 alla Sicilia (asserendo di non poter essere re costituzionale a Palermo e monarca assoluto a Napoli), ma con l’atto di unificazione dell’8 dicembre 1816 fuse i due regni in uno e divenne Ferdinando I delle due Sicilie. Non potendo fare altro i siciliani colpirono Ferdinando con la satira e motteggiarono:

Rivolta di Palermo 1848

«Fosti quarto e insieme terzo, Ferdinando, or sei primiero, e se seguita lo scherzo finirai per esser zero»; ma capirono anche che la delicata situazione della Sicilia poteva essere modificata solo gradualmente, ed inserendo i progetti per l’isola nel più ampio contesto delle riforme risorgimentali nazionali. Le rivoluzioni realizzate con tale fine furono quindi tre: la prima nel 1820-21 ebbe carattere separatistico, la seconda nel 1848-49 federale; e la terza fu di carattere unitario ed ebbe luogo nell'aprile del 1860, precedendo la venuta di Garibaldi nel maggio 1860, impresa che portò al plebiscito che sancì l’unità nell'ottobre dello stesso anno. Già nel 1820 era scoppiata una rivolta popolare di stampo indipendentista. Sanesi - La rivoluzione di Palermo-12 gennaio 1848 - ca. 1850Anche questi moti partirono da Palermo il 15 luglio, giorno del ‘Fistinu’ della Patrona, al grido di:

"Viva Palermo e Santa Rosalia"

ed i rivoltosi, avendo saputo della concessione alla città di Napoli di una costituzione liberale di tipo spagnolo, reclamarono per la Sicilia il ripristino dello statuto del 1812, determinando nell'isola anche un inizio di guerra civile. Il 16 luglio i siciliani assalirono e conquistarono il forte di Castellamare a Palermo. Da Napoli fu inviato un corpo di spedizione capeggiato dal generale Florestano Pepe, il quale il 22 settembre a Termini Imerese si accordò con i rivoltosi e concesse loro un governo autonomo.   L’accordo non fu approvato da Napoli e il generale Pepe venne destituito e rimpiazzato dal generale Pietro Colletta, il quale spense l’ultimo focolaio insurrezionale a Messina il 26 marzo del 1821. Lo scrittore francese Alexis de Tocqueville, che visitò la Sicilia nel 1827, trovò ancora vivo nell'isola il rancore per la dura repressione della rivolta, e per il rifiuto della richiesta autonomistica.  Ferdinando I morì nel 1825, e gli successe il figlio Francesco I, che regnò fino al 1830, senza che migliorassero i rapporti tra Napoli e la Sicilia. La salita al trono di Ferdinando II, re delle Due Sicilie dal 1830 al 1859, suscitò inizialmente buone speranze, perché il sovrano sostituì nella luogotenenza isolana il Marchese delle Favare con il proprio fratello Leopoldo, conte di Siracusa, appagando così il secolare desiderio dei Siciliani di essere governati da un principe di casa reale, ma lo stesso Ferdinando divenne severo e diffidente dopo i moti palermitani del 1831, ripristinando così l’antico malessere dei siciliani nei confronti del dominio napoletano.

Trinacria sbranata

Nel 1837, a seguito dello scoppio di un’epidemia di colera, il popolo insorse a Siracusa, a Catania e in altre città, nella convinzione che la malattia fosse sparsa ad arte dal governo borbonico, e addirittura si credette che tra gli untori ci fossero personaggi illustri del governo. La reazione borbonica fu inesorabile. Una spedizione militare guidata dal ministro di polizia, il marchese Francesco Saverio del Carretto, piombò sull'isola e fece fucilare parecchi siciliani (otto a Catania, tra cui il letterato romantico Salvatore Barbagallo Pittà, direttore della rivista culturale Lo Stesicoro), e punì Siracusa, prima delle città ad  essere insorta, togliendole la prerogativa di capoluogo di provincia, che passò a Noto. Il malcontento e l’esasperazione che avevano mosso i rivoltosi erano dunque stati repressi, ma persisteva la lampante necessità di un rinnovamento. La rivoluzione dunque era solo stata rimandata.
Nel 1842 fu pubblicata la stimolante Storia della guerra del Vespro dello storico patriota Michele Amari, con il titolo apparentemente innocuo di: Un periodo delle storie siciliane del secolo XIII ; ma una volta scopertovi l’incitamento contro i Borboni, l’autore dovette andare in esilio in Francia, ed il censore che ne aveva permesso la stampa fu licenziato in tronco.

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La seconda rivoluzione anti borbonica scoppiò a Palermo il 12 gennaio 1848, l’anno chiave del Risorgimento siciliano. Questi moti ebbero in parte carattere federale, ed in parte carattere indipendentista.
Non a caso venne scelto come insegna il tricolore italiano, con al centro il simbolo siciliano della Trinacria. Il 9 gennaio 1848 un manifesto di Francesco Bagnasco incitava il popolo siciliano all'insurrezione, fissandone l'inizio per il 12 gennaio '48, il giorno del compleanno di Ferdinando II, nato proprio in questa data, a Palermo, nel 1810.
Nel giorno prestabilito venne convocato un assembramento in piazza della Fieravecchia a Palermo (oggi piazza Rivoluzione ) e si formò un comitato provvisorio militare guidato da G. La Masa e Paolo Paternostro. Quello stesso giorno si ebbero i primi scontri e la prima vittima, Pietro Amodei.
 A riprova dell’anima ancora in parte indipendentista ed autonomista dei moti del ’48 siciliano, rimase a Palermo una lapide dedicata proprio a questo primo martire della rivoluzione. La lapide, dettata da Ugo Antonio Amico e posta sul prospetto meridionale dell’Università, nei cui pressi era caduto, recita:

“Qui al 12 gennaio 1848 Pietro Amodei, primo martire del popolo insorgente, spirava la grande anima pago di sigillar col sangue la sua immobile fede nella indipendenza siciliana.”

Bandiera dello Stato della Sicilia (28.04.1848 - 15.05.1849)

Nessun riferimento al Risorgimento nazionale, alla patria italiana, ma solo alla Sicilia.
Gli insorti, ad ogni modo, non solo liberarono tutta l’isola, tranne l’inespugnabile cittadella di Messina, ma con il rinato Parlamento si diedero una nuova costituzione di stampo democratico liberale, che fu un esempio per l’Europa, poiché poneva il Parlamento al di sopra del re, che non aveva la facoltà di sciogliere, né di sospendere le Camere (art. 33); mentre il Parlamento, con l’articolo 2, aveva la facoltà di dichiarare decaduto il re, qualora questi risultasse re di altro Stato.
Quest’ultima non fu soltanto un’affermazione teorica. Il Parlamento siciliano, nella storica seduta del 13 aprile 1848, dichiarò decaduto il re Ferdinando II, perché re anche di Napoli; e dichiarò re di Sicilia il principe Alberto Amedeo di Savoia, secondogenito del re Carlo Alberto di Sardegna.
Purtroppo anche questa rivoluzione non ebbe esito felice, sebbene fosse durata sedici mesi, dal 12 gennaio 1848 al 15 maggio 1849, meritando l’altissimo elogio di Giuseppe Mazzini, che inviò un suo proclama ai patrioti siciliani:

«Siciliani, voi siete grandi! Voi avete, in pochi giorni, fatto di più per l’Italia, patria nostra comune, che non tutti noi con due anni di agitazione... »;

e fu significativo l’invio, il 17 aprile 1848, di cento soldati siciliani, capitanati da Giuseppe la Massa (i cosiddetti “Crociati”) in Lombardia, che furono incorporati nelle truppe del generale Durando, e si batterono valorosamente a Treviso; e fu altrettanto significativo il fatto che le donne siciliane costituirono, la

“Legione delle sorelle pie”, antesignana della Croce Rossa,
per assistere i feriti e le famiglie dei combattenti.

Ferdinand Zweite von Neapel Sizilien

A re Ferdinando II i siciliani misero il soprannome di “Re Bomba”, per i terrificanti bombardamenti cui sottopose le città siciliane più importanti . Ma la rivolta non si spense: nel 1856 venne fucilato a Mezzojuso, in provincia di Palermo, Francesco Bentivegna, capo dei rivoltosi nel palermitano; nel 1857, per gli stessi motivi, venne fucilato a Cefalù il patriota Salvatore Spinuzza. Nel 1859 venne in Sicilia, sotto mentite spoglie, ed incurante della condanna a morte che pendeva su di lui per essere stato uno dei capi della rivoluzione del 1848-49, Francesco Crispi. Questi annunziò la prossima venuta di Garibaldi; e lo stesso fecero nel marzo del 1860 i due patrioti palermitani Rosolino Pilo e Giovanni Corrao, che sfiorarono la morte per aver fomentato la rivolta antiborbonica. Ferdinando II morì il 22 maggio 1859, e gli successe il ventitreenne Francesco II. Poiché sua madre, Maria Cristina di Savoia, era morta di parto nel darlo alla luce nel 1826; e suo padre era morto quando egli aveva sposato Maria Sofia di Baviera, ed il suo regno era ormai traballante, il popolo siciliano decretò che Francesco II era «jettatore di sua madre, di suo padre e di sé stesso» e cantò con feroce ironia

«Cicciu nasciu, so’ matri muriu; Cicciu si maritau, so’ patri cripau; ora ch’è re, viditi chi c’è».

E di fatto perse il regno.

Francesco Crispi nel suo esilio genovese aveva convinto Garibaldi a venire in Sicilia per mettersi a capo della rivoluzione unitaria. Garibaldi accettò a condizione che in Sicilia si verificasse un forte moto insurrezionale che gli facesse capire le reali intenzioni del popolo. La rivoluzione unitaria scoppiò a Palermo il 4 aprile 1860 e fu chiamata “della Gancia” dal convento dove si arroccarono i rivoltosi, ma venne ben presto domata dalla polizia. Nonostante ciò, il 6 aprile ebbe luogo una nuova insurrezione a Trapani, il 7 aprile una a Marsala, poi a Messina, a Corleone, a Cefalù, a Misilmeri, a Caltanissetta, ad Agrigento. Tali moti permisero a Crispi di dimostrare a Garibaldi che era giunto il momento di agire. Garibaldi con i suoi “Mille” partì da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860. Tra i 1089 patrioti c’erano 45 siciliani. In Sicilia, però, ne arrivarono soltanto 752, pur continuando a chiamarsi “i Mille”. In realtà da quegli iniziali 1089 uomini si scissero i repubblicani irriducibili, avendo saputo che Garibaldi per la sua impresa aveva adottato il lemma monarchico “Italia e Vittorio Emanuele”.Battle of Calatafimi Essi preferirono sbarcare a Talamone, guidati da Callimaco  Zambianchi, e dicendo di voler tentare un attacco contro Roma. Garibaldi sbarcò a Marsala l’11 maggio. A lui si unirono subito le squadre dei “Picciotti” siciliani, ed il 14 maggio egli lanciò da Salemi (in provincia di Trapani) il famoso proclama con cui assumeva il comando in nome del re Vittorio Emanuele II (e fece di Salemi, praticamente la prima capitale d’Italia). Dopo la avventurosa vittoria di Calatafimi il 15 maggio, egli marciò verso Palermo; ma giunto al bosco della Ficuzza, presso Corleone, finse di ritirarsi verso l’interno dell’isola, e i borbonici credettero di aver avuto la meglio; ma in realtà Garibaldi fece marciare in silenzio le sue truppe attraverso i boschi e per sentieri di campagna; ed il 27 maggio, tra lo stupore generale, piombò su Palermo. I pavidi generali borbonici trattarono un armistizio, perché era loro intenzione, condivisa dal re Francesco II, di offrire ai patrioti la Sicilia, pur di mantenere il dominio della parte continentale del regno; ma Garibaldi non accettò e sbaragliò i borbonici con la splendida vittoria di Milazzo, il 20 luglio: sicché essi sgombrarono l’isola, mantenendo il possesso della sola cittadella di Messina.

VictorEmmanuel2

Con plebiscito del 21 ottobre 1860, e con la formula “Italia e Vittorio Emanuele”, la Sicilia votò a favore dell’Unità con l’Italia. Il 27 gennaio 1861 37.044 elettori votarono per eleggere i primi 19 Deputati del Regno (non i Senatori, perché allora si accedeva al Senato solo per nomina regia). Primo Presidente del Senato fu nominato il siciliano Ruggero Settimo, patriota per eccellenza del 1848-49. L’unità, però, si rivelò ben presto una delusione per i siciliani. Su di essi, abituati a pagare un’unica imposta progressiva sul reddito, si abbattè una valanga di tasse: la comunale, la provinciale, l’addizionale, il focatico (tassa di famiglia), la tassa sul macinato (che colpiva soprattutto i poveri), e persino la inaspettata tassa di successione; ma quello che i siciliani meno accettarono fu la coscrizione militare obbligatoria (unico motivo per il quale avevano contestato pure Garibaldi), perché la Sicilia era stata tradizionalmente esente dalla leva, ed il servizio militare era solo su base volontaria.

L’imposizione della coscrizione militare causò il fenomeno della renitenza che fu subito classificata come banditismo: e una vera e propria guerra fu scatenata in Sicilia contro inermi popolazioni, accusate in massa di favoreggiamento. Famiglie isolane furono attaccate nelle loro case; interi paesi furono privati dell’acqua potabile, e, solo per citare un esempio delle angherie alle quali venne sottoposto il popolo siciliano, ad un giovane di leva, il sarto Antonio Cappello da Palermo, sordomuto sin dalla nascita, furono inferte ben 154 bruciature con ferri roventi,antonio cappello perché ritenuto un simulatore dagli ufficiali piemontesi che presiedevano alle operazioni di leva . La foto del corpo martoriato del giovane coscritto fece inorridire l’Europa, mentre il generale piemontese Giuseppe Govone definiva in Senato “barbari” i siciliani; e la Camera dei Deputati respingeva con 206 voti contrari e appena 52 favorevoli, la proposta del deputato siciliano Vito d’Ondes Riggio che il 10 dicembre 1863 chiedeva un’inchiesta parlamentare sull’operato piemontese in Sicilia. Inoltre furono estese alla Sicilia le leggi eversive per la vendita delle proprietà ecclesiastiche. Fu una jattura per l’isola, nella quale i due terzi della proprietà terriera erano in mano a corporazioni religiose, che davano lavoro a tanta gente. La vendita fruttò oltre 600 milioni, che non furono spesi in Sicilia, ma incamerati dallo Stato che potè annunziare trionfalmente per opera del bolognese Marco Minghetti, il pareggio del bilancio, il 16 marzo 1876, evitando però di dire come era stato ottenuto. Le conseguenze furono gravissime: l’acquisto dei terreni da parte della borghesia capitalistica isolana ridusse la disponibilità finanziaria che questa classe avrebbe dovuto destinare alle migliorie fondiarie e allo stesso pagamento dei salari ai braccianti: il che provocò il triste fenomeno dell’emigrazione, specialmente verso gli Stati Uniti e vari paesi europei, con lo svuotamento pressoché totale di interi paesi dell’isola, specie dei comuni agricoli dell’interno. Paradossalmente, le rimesse in valuta pregiata degli emigranti servirono alla nascente industria italiana per l’acquisto delle materie prime.

Commentando la situazione Garibaldi scriveva nel 1868 ad Adelaide Cairoli: «Non rifarei la via del Sud, temendo di essere preso a sassate» . Tra l’altro egli aveva promesso nei suoi proclami del 1860 le terre demaniali ai contadini siciliani combattenti con lui per la causa italiana, promessa questa mai mantenuta. La Sicilia nel 1866 protestò con l’ultima rivolta risorgimentale siciliana, quella del “Sette e mezzo”, dal 15 al 22 settembre, che fu domata coi soliti mezzi coercitivi dal generale Raffaele Cadorna.

30 Ducati d'oro (Regno delle Due Sicilie, 1850)

In Sicilia si cantò tristemente: : «L’oru e largentu squagghiaru ppi l’aria/ di carta la visteru la Sicilia», alludendo al fatto che dalla Sicilia erano state ritirate le monete di metallo pregiato che vennero sostituite dalla carta-moneta.  

Il peso fiscale salì paurosamente. La Sicilia che con il Sud aveva contribuito alla costituzione del capitale liquido del nuovo Regno con 443 milioni su 668, nella proporzione del 65,7 per cento, si vedeva ingiustamente ricompensata dalla Stato che (secondo i calcoli fatti dall'economista Francesco Saverio Nitti nel 1900, con suo libro Nord e Sud) spendeva 71,5 lire annue per ogni abitante della Liguria e solo 19, 88 lire annue per ogni abitante della Sicilia, mentre su un totale di 110.569.846 lire di debito pubblico, il Piemonte concorreva per 61.615.255 lire e la Sicilia soltanto per 6.800.000 lire. Eppure la contribuzione della Sicilia all'impresa risorgimentale era stata generosa e degna di ben altre ricompense.

fonte:RISORGIMENTO E DONNE DI SICILIA- tesi di dottorato di Aurora Ornella Grimaldi

Eracle, rocambolesco ed avventuroso personaggio mitologico, futuro Ercole dei romani, nasce dalla relazione adulterina tra Alcmena, moglie di Anfitrione, e Zeus.


Erice (Monte San Giuliano fino al 1934, Èrici o u Munti in siciliano) è un comune italiano di 28.356 abitanti della provincia di Trapani. E' un borgo antichissimo, situato sulla vetta del Monte San Giuliano a 751 mt. di altezza, il comune conta circa 30.000 abitanti. Il centro cittadino che è posto sulla vetta dell'omonimo Monte Erice, vi sono residenti solo 512 abitanti mentre la maggior parte della popolazione si concentra a Valle, nell'abitato di Casa Santa, contiguo alla città di Trapani. Il centro di Erice si raggiunge da Trapani percorrendo una strada con innumerevoli tornanti porta a più di 750 di altitudine dopo un percorso di 15 km.


Glauco è una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e di una Naiade.Secondo la leggenda, nacque umano, praticò l'attività di pescatore in Beozia, la sua immortalità e la sua natura di divinità marina derivarono da un'erba magica. Un giorno posò il pescato su di un prato in cui mai nessuno aveva messo piede. I pesci, mangiando l'erba, riprendevano vita e si rigettavano in acqua. Incuriosito assaggiò quell'erba e subito il suo corpo mutò sembianze, assumendo una forma di coda di pesce nella parte inferiore. Si ricordano i suoi amori, da quello per Scilla fino al tentativo di circuire Arianna.

 

Scilla è un mostro marino della mitologia greca. Secondo la versione più comune, Scilla è figlia del dio Forco (o Forcide) e di Ceto. Secondo la tradizione riportata dall'Odissea, invece, è figlia di una dea, chiamata Crateide. Altre leggende la dicono nata da Forbate e da Ecate, oppure da quest'ultima e Forco. La si considerava anche figlia di Tifone ed Echidna, oppure di Zeus e di Lamia; in questo caso, fu l'unica figlia ad essere risparmiata dalle ire della gelosa Era.

 Joseph Mallord William Turner, ‘Glaucus and Scylla’, 1841

Racconta un’antica leggenda che nella preistoria, venne a Capo Peloro, un giovane della Beozia di nome Glauco, ritenuto figlio di Nettuno. Costruì una  barca snella e veloce che dipinse con i colori del mare, azzurro e verde. Si mise a fare il pescatore e divenne così bravo e abile che le sue reti alla fine di ogni pesca risultavano sempre piene di pesci.

Glauco non tratteneva per sé l’abbondanza  del pescato ma la distribuiva tra gli amici e conservava per sé quanto gli bastava per vivere. Oltre ad essere buono e generoso era molto bello, i suoi occhi erano azzurri come il mare, le sopracciglia folte e arcuate, il naso dritto e regolare, la bocca rosea come quella di un fanciullo ed una barba riccia e corta incorniciava il mento. I capelli, lunghi e sottili come fili di seta gli scendevano sulle spalle e sotto il sole brillavano, passando dal ramato al biondo.
Tutte le Nereidi, Tetide, Anfitrite e la stessa Galatea bianca come il latte, assieme alle sirene ammaliatrici e alle ninfette delle acque, venivano dalle parti del Peloro per conoscerlo e parlargli. Glauco era gioioso con tutte ma in particolare non guardava nessuna, contento di godersi la libertà della giovinezza.  
Un giorno, venne la dolce e romantica Scilla, fanciulla bellissima e soave. Nel suo piccolo cuore pulsavano i sogni di giovinetta, quando  vide Glauco, sentì il cuore batterle più forte e il sangue le salì alle gote. Da quel momento ogni giorno, all’alba andava alla riva del Peloro ad aspettare il bel pescatore con il cuore innamorato e lo attendeva fino al tramonto fino a quando non lo vedeva tornare con le reti colme di pesci.
John Melhuish Strudwick22Scilla era timida, mai avrebbe osato dichiarargli il suo amore, perciò si accontentava di sorridergli e sperare. Glauco invece ricambiava i suoi sorrisi con simpatia e qualche volta forse la accarezzò e Scilla si infiammò ancora di più, cullandosi nel sogno del suo ingenuo amore.
Un giorno passò dalle parti del Peloro, la maga Circe, la bianca fanciulla dalla pelle vellutata come un petalo di rosa, ma volubile come una frasca al vento. Scilla divenne sua amica e andarono a fare il bagno nel laghetto dei Margi a Ganzirri, la  sera poi ammiravano il fluttuare delle onde del mar Tirreno che correvano lente ma costanti verso il mare Ionio.  Scilla allora confidò a Circe il suo amore per Glauco e la maga le promise aiuto e consigli.
“Fammi vedere questo giovane così bello”- le disse Circe- “e io t’insegnerò il modo per conquistarlo”.
Il giorno seguente le due amiche si recarono sulla spiaggia e poco dopo, apparve Glauco, agile come un atleta e smagliante in tutta la sua giovinezza.
Circe se ne innamorò e disse rivolgendosi a Scilla: ”E’ l’essere più bello che io abbia mai visto, lo farò mio amante, cercati un altro uomo, perché Glauco dai capelli biondi e dagli occhi di mare, ora appartiene a me...!”
Scilla tremò e poco mancò che morisse, continuò a supplicarla. Dapprima Circe l’ascoltò ridendo, beffandosi dei suoi sentimenti di fanciulla, poi seccata avvelenò la fonte in cui Scilla andava a bagnarsi e impugnata una bacchetta magica la toccò su una spalla.
Avvenne l’incredibile, Scilla si trasformò in un mostro marino, con sei teste latranti e dodici orribili gambe. La sua pelle si coprì di squame ruvide e lucenti, la voce, prima melodiosa e dolce, divenne rauca e abbaiante.
Appena Scilla si accorse di essere divenuta un mostro, non resse alla disperazione e si gettò in mare. Il suo cuore si trasformò in un macigno e s’incrudelì a tal punto da costringerla a far strage dei naviganti che passavano dalle parti della sua caverna.
La stessa Circe, descrivendola più tardi a Ulisse, la definì “ un orrore selvaggio con cui non si lotta, contro di lei non c’è riparo bisogna fuggire”.
Intanto Circe se la spassava con Glauco e quando venne la primavera, si stancò del suo amore e lo lasciò.
Prima pensò di trasformarlo in un animale, come aveva fatto con i suoi amanti, ma non poté farlo perché Glauco era figlio di Nettuno, perciò lo lasciò senza dirgli addio.
Quando Glauco si accorse d’essere stato abbandonato, cadde in una tristezza profonda e la sua amarezza divenne sofferenza quando seppe della fine di Scilla.
Ogni giorno andava sulle acque dello Stretto e Peter Paul Rubens - Scylla et Glaucuss’avvicinava all'antro in cui abitava Scilla e le rammentava il tempo felice dei loro incontri. L’orrido mostro più d’una volta fu sul punto d’avventarsi contro con le sue bocche latranti ma, forse nel cuore manteneva ancora qualcosa del suo amore per Glauco e dopo aver latrato minacciosa, rientrava nelle buie caverne marine.
Glauco afflitto e disperato, tornava alla spiaggia sullo Stretto.
Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia ed allineato i pesci sull’erba per contarli, ad un tratto i pesci cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare.
Glauco meravigliato da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando l’ipotesi che un dio potesse perder tempo con un umile pescatore, pensò che lo strano fatto dipendesse dall’erba e provò ad ingoiarne qualche filo.
Come l’ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino a trasformarlo in un essere acquatico attratto dall’acqua.
Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo delle sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco divenne un tritone del mare, fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.(Ovidio-Metamorfosi,XIII,924 e sgg.).
Da quel giorno Glauco volle restare per sempre nel mare dello Stretto. Dice la leggenda che anche ai giorni nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra delle onde e subito il mare diventa calmo e invitante come lo era nella preistoria, quando Scilla era una fanciulla bellissima e non un feroce mostro marino.

tratto da Miti e Leggende di Sicilia di Salvino Greco - Flaccovio Pa

Un posto di primo piano nella storia del vino siciliano è occupato dall'inglese John Woodhouse, figlio di un commerciante di Liverpool.


Nacque il 22 agosto 1750 da Giuseppe, mercante di legna, e da Apollonia Arcidiacono. Terzo di sette figli, era stato destinato al sacerdozio e, a tale scopo, entrò nel seminario arcivescovile, che era a quel tempo la più importante scuola della città.


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