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Il viaggio di Ercole in Sicilia

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Ercole e l'Idra Ercole e l'Idra Antonio del Pollaiolo [Public domain], via Wikimedia Commons

Eracle, rocambolesco ed avventuroso personaggio mitologico, futuro Ercole dei romani, nasce dalla relazione adulterina tra Alcmena, moglie di Anfitrione, e Zeus.


La donna, in verità, non vuole tradire il marito. Si è abbandonata tra le sue braccia, ignorando che Zeus ne aveva assunto l’aspetto per poterla amare. Anfitrione, scoperta quella che per lui è una tresca adulterina, pensa di punire Alcmena nel modo più crudele: facendola bruciare viva. Zeus, impietosito, lascia cadere sulla terra una pioggia così fitta e violenta da riuscire a spegnere il fuoco. Così Eracle può nascere e vivere, anche se odiato da hera che vede in lui il frutto di uno dei tanti tradimenti del marito. Eracle giunge in Sicilia dopo aver percorso la costa tirrenica della Penisola Italica.ercole e caco Reduce dall'ultima delle sue mitiche fatiche, la conquista delle giovenche di Gerione, è approdato sulle rive del fiume Tevere. Nel luogo dove sarebbe arrivato Romolo per fondare Roma, regna Evandro, esule dell’Arcadia, uomo buono e saggio che qui si è insediato con la moglie Carmenta, donna con il dono della profezia. Il figlio di Zeus, tuttavia, ha la brutta sorpresa di essere stato derubato di alcune sacre giovenche che tanta fatica gli sono costate. Grazie al suo fiuto, riesce a scoprire il responsabile. Si tratta di un certo Caco, infernale gigante-ladrone, che semina ladrocinio e morte tra la gente. Lo uccide, meritandosi così la stima della popolazione che, dopo averlo ribattezzato con il nome Ercole, gli edifica un’ara nel punto più affollato dai mercanti, là dove sarebbero sorti prima il Foro Boario e poi la chiesa di Santa Maria in Cosmedin con la “Bocca della verità”, nella Roma dei secoli venturi. Il riferimento a Caco non è casuale. In quel tempo, infatti, il territorio, dove sarebbe sorta Roma, è popolato dai Siculi. Caco, nella trionfalistica mitologia romana, va interpretato come loro rappresentante. Eracle, invece, rappresenta l’elemento straniero, quello dei Pelagi venuti da Oriente, grazie al quale la civiltà potrà svilupparsi nella valle del Tevere. Eracle, dunque, simboleggia non solo la conquista del territorio prima continentale e poi insulare da parte di popolazioni orientali. Egli, infatti, scaccia dal Lazio Caco, vale a dire i Siculi, ma insegue questo popolo per la Penisola ed anche oltre, fino alla Sicilia. Quando, superato lo Stretto di Messina, mette piede sull’isola, secondo Diodoro Siculo, antico scrittore di Agira, Eracle è già famoso. Ha costruito, infatti, colossali opere sul lago d’Averno, in Campania, consacrato a Persefone, tappandone, con grandi quantità di terra, lo sbocco a mare. Non mancano gli aneddoti, anche questi ricordati dallo storico siciliano. Un cacciatore di Poseidonia, città campana, nota con il nome latino di Paestum, famoso per la sua abilità, suole dedicare ad Artemide, dea della caccia, le teste e le zampe degli animali catturati. Tutti lo hanno sempre elogiato, tanto da fargli montare la testa. Il giorno del passaggio di Eracle, gli capita di uccidere un cinghiale di grandi dimensioni. E gli sentono dire: «Questa volta lo dedico a me stesso e alla mia indiscussa bravura». Dopo avere appeso, come è solito fare per i trofei, la testa dell’animale su un alto albero, si addormenta sfiancato dal caldo. Il malo destino, o meglio la punizione divina per tanta superbia, lo attende al varco. Improvvisamente la fune si spezza e la testa, legata a questa, precipitando dall'albero lo colpisce uccidendolo. Hercules Farnese 3637104088 9c95d7fe3c bTra reggio e Locri, poi, Eracle compie un miracolo. Stanco, ha bisogno di riposo per ritemprarsi. Non riesce, tuttavia, a rilassarsi a causa delle numerose cicale che lo infastidiscono. Così invoca gli dèi, supplicandoli di far sparire gli insetti. Viene esaudito: nessuno sentirà mai più cicalecci in quel territorio. Lo Stretto di Messina non rappresenta alcun ostacolo per Eracle. Lui decide di attraversarlo nel punto in cui è largo tredici stadi, vale a dire circa due chilometri. Dopo avere spinto in acqua le vacche, confidando nella loro capacità di nuotare, si aggrappa al corno di un toro, lasciandosi trasportare sulla riva siciliana.
Giunge stanco per il lungo viaggio fin lì affrontato, ma non gli mancano le occasioni per rifocillarsi. Procedendo, infatti, lungo la costa, diretto al santuario di Afrodite, viene accolto dalle Ninfe che, in virtù della loro magia, fanno scaturire sorgenti di acqua calda. Egli così può ristorarsi nelle terme imeresi ed egestane. Questo gli consente di riprendere forza per raggiungere il santuario della dea Afrodite, costruito da Erice, nato dalla dea e da Bute, re del territorio. Tra le righe del racconto mitologico traspare la realtà di un culto, quello appunto di Afrodite, ribattezzata con il nome di venere Ericina dai romani, che esce dall'ambito privato per diventare religione pubblica. Il giovane Erice lo attende con intenzioni poco benevole. Trovandosi al suo cospetto, tralascia i convenevoli, anzi lo sfida alla lotta. Sa di avere a che fare con Eracle, ma confida nella protezione della madre. Eracle non si mostra preoccupato per le minacce. «vuoi batterti con me?», gli dice. «Sono pronto, ma tra persone leali è giusto accordarsi su una penalità da infliggere allo sconfitto». Cercano di trovare un accordo: Erice, in caso di perdita, darà la terra; se Eracle sarà soccombente, dovrà cedergli le pregiatissime vacche. Il patteggiamento, tuttavia, non soddisfa Erice, convinto che non ci sia un equo rapporto tra il valore della terra e quello delle vacche. «Perdendo queste vacche sarò privato dell’immortalità», Eracle replica, «tanto basta a spiegare perché questi animali hanno per me un grandissimo valore». ericeNon ha torto: il premio per le sue mitiche “fatiche” è l’immortalità. E lui non intende giocarsela con Erice, giovane arrogante. Quest’ultimo finisce per accettare la posta in gioco di Eracle. Il combattimento si conclude con la sconfitta di Erice. Il vincitore, secondo l’accordo, prende possesso del territorio. Potrebbe diventare re, succedendo a Erice, ma preferisce donare la terra al popolo. E questa è un’altra testimonianza, oltre quella della morte di Caco nel Lazio, che ammanta di misticismo il passaggio di Eracle in Italia. Per dovere di cronaca è giusto aggiungere che il mito del viaggio di Eracle in Sicilia, quasi da predicatore e benefattore, non finisce qui. Giunto, infatti, a Siracusa ed avendo appreso che, da quelle parti, è stata rapita Proserpina, celebra magnifici sacrifici non solo in onore della divina fanciulla ma anche di sua madre Cerere. Per insegnare, poi, agli uomini il senso della pietà e del rispetto nei confronti degli dèi, sacrifica un toro, annegandolo nelle acque della fonte Ciane, su cui si specchia il santuario di Zeus Olimpio. Quel sacrificio, tuttavia, non è tanto diretto a chi lo ha messo al mondo, quanto alla dolce Ninfa Ciane che, avendo invano tentato di fermare il carro di Ade, con a bordo Proserpina appena rapita, era stata colta da un pianto così dirotto da alimentare, secondo il racconto di Ovidio nelle Metamorfosi, una limpida fonte. Eracle, per l’occasione, decide di istituire nuove feste, chiamandole Coree, da Core, altro nome della figlia di Demetra. I Siracusani, facendo tesoro di quell’esempio, sacrificheranno ogni anno tori nella sacra fonte. Tutto questo è ben poca cosa rispetto a quel che farà al suo arrivo in Agira. Diodoro Siculo, nato proprio in questa cittadina, racconterà che, essendosi Eracle spinto nella zona interna dell’isola, viene costretto ad affrontare i Sicani, che gli si sono schierati contro. Dopo una dura battaglia, Eracle riesce ad avere la meglio. Quando il semidio greco giunge ad Agira, ha la sensazione di avere superato tutte le fatiche che gli sono state imposte e, dunque, di poter vantare il buon diritto di diventare immortale. Agira, dunque, rappresenta il luogo dove gli viene riconosciuta la natura divina. Messa da parte ogni titubanza nell'accettare sacrifici, riceve di buon grado quelli che, con grande solennità, i cittadini gli offrono.

Come segno di gratitudine, ma anche per dare prova di divina potenza, Eracle crea un lago con una circonferenza di quattro stadi, oltre settecento metri, esigendo che sia chiamato con il suo nome. Compie, poi, un miracolo: le vacche lasciano le orme su un sentiero di pietra. Vuole, infine, che sia edificato un tempio dedicato alla memoria di Gerione, dalla cui stalla, sull'isola di Erizea, forse la moderna Agadir, ha portato i pregiatissimi buoi per completare la dodicesima ed ultima fatica.
Alla gente di Agira, infine, suggerisce di onorare Iolao, suo nipote, figlio di Ificle, fratello gemello. Gli è in debito perché quel giovane lo ha aiutato a uccidere l’Idra di Lerna, ricordata da Esiodo nella Teogonia, dura a morire a causa delle sue nove teste che, sebbene recise, tornavano a spuntare. Iolao era riuscito a bruciarle, quando Eracle le troncava di netto, così da impedirne la rigenerazione

Fonte:Sicilia segreta e misteriosa di Spoto Salvatore

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