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Glauco e Scilla

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Urbino, piatto con glauco e scilla, da ovidio, 1570 ca Urbino, piatto con glauco e scilla, da ovidio, 1570 ca I, Sailko [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) o CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

Glauco è una figura della mitologia greca, figlio di Poseidone e di una Naiade.Secondo la leggenda, nacque umano, praticò l'attività di pescatore in Beozia, la sua immortalità e la sua natura di divinità marina derivarono da un'erba magica. Un giorno posò il pescato su di un prato in cui mai nessuno aveva messo piede. I pesci, mangiando l'erba, riprendevano vita e si rigettavano in acqua. Incuriosito assaggiò quell'erba e subito il suo corpo mutò sembianze, assumendo una forma di coda di pesce nella parte inferiore. Si ricordano i suoi amori, da quello per Scilla fino al tentativo di circuire Arianna.

 

Scilla è un mostro marino della mitologia greca. Secondo la versione più comune, Scilla è figlia del dio Forco (o Forcide) e di Ceto. Secondo la tradizione riportata dall'Odissea, invece, è figlia di una dea, chiamata Crateide. Altre leggende la dicono nata da Forbate e da Ecate, oppure da quest'ultima e Forco. La si considerava anche figlia di Tifone ed Echidna, oppure di Zeus e di Lamia; in questo caso, fu l'unica figlia ad essere risparmiata dalle ire della gelosa Era.

 Joseph Mallord William Turner, ‘Glaucus and Scylla’, 1841

Racconta un’antica leggenda che nella preistoria, venne a Capo Peloro, un giovane della Beozia di nome Glauco, ritenuto figlio di Nettuno. Costruì una  barca snella e veloce che dipinse con i colori del mare, azzurro e verde. Si mise a fare il pescatore e divenne così bravo e abile che le sue reti alla fine di ogni pesca risultavano sempre piene di pesci.

Glauco non tratteneva per sé l’abbondanza  del pescato ma la distribuiva tra gli amici e conservava per sé quanto gli bastava per vivere. Oltre ad essere buono e generoso era molto bello, i suoi occhi erano azzurri come il mare, le sopracciglia folte e arcuate, il naso dritto e regolare, la bocca rosea come quella di un fanciullo ed una barba riccia e corta incorniciava il mento. I capelli, lunghi e sottili come fili di seta gli scendevano sulle spalle e sotto il sole brillavano, passando dal ramato al biondo.
Tutte le Nereidi, Tetide, Anfitrite e la stessa Galatea bianca come il latte, assieme alle sirene ammaliatrici e alle ninfette delle acque, venivano dalle parti del Peloro per conoscerlo e parlargli. Glauco era gioioso con tutte ma in particolare non guardava nessuna, contento di godersi la libertà della giovinezza.  
Un giorno, venne la dolce e romantica Scilla, fanciulla bellissima e soave. Nel suo piccolo cuore pulsavano i sogni di giovinetta, quando  vide Glauco, sentì il cuore batterle più forte e il sangue le salì alle gote. Da quel momento ogni giorno, all’alba andava alla riva del Peloro ad aspettare il bel pescatore con il cuore innamorato e lo attendeva fino al tramonto fino a quando non lo vedeva tornare con le reti colme di pesci.
John Melhuish Strudwick22Scilla era timida, mai avrebbe osato dichiarargli il suo amore, perciò si accontentava di sorridergli e sperare. Glauco invece ricambiava i suoi sorrisi con simpatia e qualche volta forse la accarezzò e Scilla si infiammò ancora di più, cullandosi nel sogno del suo ingenuo amore.
Un giorno passò dalle parti del Peloro, la maga Circe, la bianca fanciulla dalla pelle vellutata come un petalo di rosa, ma volubile come una frasca al vento. Scilla divenne sua amica e andarono a fare il bagno nel laghetto dei Margi a Ganzirri, la  sera poi ammiravano il fluttuare delle onde del mar Tirreno che correvano lente ma costanti verso il mare Ionio.  Scilla allora confidò a Circe il suo amore per Glauco e la maga le promise aiuto e consigli.
“Fammi vedere questo giovane così bello”- le disse Circe- “e io t’insegnerò il modo per conquistarlo”.
Il giorno seguente le due amiche si recarono sulla spiaggia e poco dopo, apparve Glauco, agile come un atleta e smagliante in tutta la sua giovinezza.
Circe se ne innamorò e disse rivolgendosi a Scilla: ”E’ l’essere più bello che io abbia mai visto, lo farò mio amante, cercati un altro uomo, perché Glauco dai capelli biondi e dagli occhi di mare, ora appartiene a me...!”
Scilla tremò e poco mancò che morisse, continuò a supplicarla. Dapprima Circe l’ascoltò ridendo, beffandosi dei suoi sentimenti di fanciulla, poi seccata avvelenò la fonte in cui Scilla andava a bagnarsi e impugnata una bacchetta magica la toccò su una spalla.
Avvenne l’incredibile, Scilla si trasformò in un mostro marino, con sei teste latranti e dodici orribili gambe. La sua pelle si coprì di squame ruvide e lucenti, la voce, prima melodiosa e dolce, divenne rauca e abbaiante.
Appena Scilla si accorse di essere divenuta un mostro, non resse alla disperazione e si gettò in mare. Il suo cuore si trasformò in un macigno e s’incrudelì a tal punto da costringerla a far strage dei naviganti che passavano dalle parti della sua caverna.
La stessa Circe, descrivendola più tardi a Ulisse, la definì “ un orrore selvaggio con cui non si lotta, contro di lei non c’è riparo bisogna fuggire”.
Intanto Circe se la spassava con Glauco e quando venne la primavera, si stancò del suo amore e lo lasciò.
Prima pensò di trasformarlo in un animale, come aveva fatto con i suoi amanti, ma non poté farlo perché Glauco era figlio di Nettuno, perciò lo lasciò senza dirgli addio.
Quando Glauco si accorse d’essere stato abbandonato, cadde in una tristezza profonda e la sua amarezza divenne sofferenza quando seppe della fine di Scilla.
Ogni giorno andava sulle acque dello Stretto e Peter Paul Rubens - Scylla et Glaucuss’avvicinava all'antro in cui abitava Scilla e le rammentava il tempo felice dei loro incontri. L’orrido mostro più d’una volta fu sul punto d’avventarsi contro con le sue bocche latranti ma, forse nel cuore manteneva ancora qualcosa del suo amore per Glauco e dopo aver latrato minacciosa, rientrava nelle buie caverne marine.
Glauco afflitto e disperato, tornava alla spiaggia sullo Stretto.
Un giorno, dopo una pesca più fortunata del solito, aveva disteso le reti ad asciugare su un prato adiacente alla spiaggia ed allineato i pesci sull’erba per contarli, ad un tratto i pesci cominciarono ad agitarsi in modo strano. Presero vigore, si allinearono come fossero in acqua e saltellando, fecero ritorno in mare.
Glauco meravigliato da tale prodigio, non sapeva se pensare ad un miracolo o ad uno strano capriccio di un dio. Scartando l’ipotesi che un dio potesse perder tempo con un umile pescatore, pensò che lo strano fatto dipendesse dall’erba e provò ad ingoiarne qualche filo.
Come l’ebbe mangiato, sentì un nuovo essere nascere dentro di lui che combatteva la sua natura umana fino a trasformarlo in un essere acquatico attratto dall’acqua.
Gli dei del mare lo accolsero benevolmente tanto che pregarono Oceano e Teti di liberarlo delle sembianze di natura umana e terrena e di renderlo un essere divino. Accolta la loro preghiera, Glauco divenne un tritone del mare, fu trasformato in un dio e dalla vita in giù fu mutato in un pesce.(Ovidio-Metamorfosi,XIII,924 e sgg.).
Da quel giorno Glauco volle restare per sempre nel mare dello Stretto. Dice la leggenda che anche ai giorni nostri, quando infuria la tempesta, Glauco solleva il capo al di sopra delle onde e subito il mare diventa calmo e invitante come lo era nella preistoria, quando Scilla era una fanciulla bellissima e non un feroce mostro marino.

tratto da Miti e Leggende di Sicilia di Salvino Greco - Flaccovio Pa

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