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L’impresa dei Mille e le insurrezioni Popolari

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L’impresa dei Mille e le insurrezioni  Popolari Immagine tratta dal film: "Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato"

L’impresa dei Mille, assurta a mito simbolico del processo dell’unificazione  italiana,  include  tra  molte  pagine  luminose  alcune  ombre. 


sbarchi dei milleQuando l'11 maggio del 1860 il generale Giuseppe Garibaldi sbarcò con i Mille nel porto di Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l'appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Pertanto, più che come mero liberatore dalla tirannide borbonica, si propose alle masse nelle vesti di paladino della giustizia sociale, promettendo la quotizzazione delle terre dei demani comunali, che sarebbe stata disposta da un decreto dittatoriale – tardivo e inapplicato – il 2 giugno1860, accendendo esplosive aspettative popolari e conflitti in seno a molte comunità rurali. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto nel quale prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Nell'entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti.  

Il 17 maggio 1860, Alcara fu interessata da una rivolta contadina che ha anticipato quella simile e più famosa di Bronte (e ad altre avvenute in vari centri della Sicilia nord-orientale, come Caronia e Francavilla). I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate, nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini, assaltarono il "casino dei nobili"trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini, sopraggiunti, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati. L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, "Il sorriso dell'ignoto marinaio" e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.

L’insurrezione di Alcara Li Fusi, al tempo Alcara Valdemone, la prima e la più cruenta tra le sommosse popolari e contadine che sarebbero presto scoppiate in molti distretti dell’Isola, insurrezione di cataniatutte duramente represse, vide infranto il sogno di riscatto maturato in una realtà caratterizzata dal latifondo e dall'arbitrio, nella quale le condizioni dei lavoratori della terra ricordavano quelle dei servi della gleba. 

Nel territorio di Alcara i latifondi erano posseduti da un notabilato che, grazie alla legge sull'eversione della feudalità del 1812, più che frazionarli, aveva persino accresciuto i propri possedimenti. In questo quadro, accadde che «il 16 maggio del 1860 in Alcara Li Fusi, arrivò la notizia del vittorioso inizio dell’impresa dei Mille in Sicilia per abbattere il Regno Borbonico dell’Italia meridionale e costruire l’unico Stato italiano. E subito un folto gruppo organizzò per il giorno seguente 17 un’esaltante manifestazione preceduta dalla bandiera tricolore.  
Al termine alcuni  congiurati  improvvisamente  e  tragicamente  eliminarono  tutti  gli amministratori che avevano aderito al corteo, ma erano filo borbonici: undici morti ammazzati, sindaco in testa»

decreto garibaldi

Al  fine  di  sintetizzare  l’episodio  nei  punti  salienti,  occorre  ricordare come i diseredati delle campagne alcaresi, alla notizia dell’arrivo imminente di Garibaldi,  avessero sperato davvero che fosse giunta l’ora della riscossa; fecero riunioni segrete, reperirono armi per la rivolta e, all'alba del 17 maggio, issate le bandiere tricolori, al grido di viva Garibaldi, viva Vittorio Emanuele e viva l’Italia, si riversarono nelle strade. Il corteo  mosse fino alla  piazza di fronte al luogo di riunione dei cosiddetti civili; la rabbia dei contadini  esplose,  e  undici  persone  furono  trucidate,  tra  cui  il  sindaco, Giuseppe Bartolo, il figlio, Ignazio, e il nipote, Salvatore. In buona sostanza, si cancellò una genia, fatto che non può essere attribuito a una tragica fatalità. I contadini, che avevano bisogno di un capo, si rivolsero all'astuto avvocato  Manfredi  di  Bartolo,  ricco  proprietario  e  nemico  giurato  della famiglia del sindaco, che strumentalizzò la rivolta per condurre in porto la sua faida personale in modo ambiguo, lasciando, solo apparentemente, ad altri  il  controllo  della  situazione.  I  rivoluzionari  governarono  il  paese  per poco  più  di  un  mese;  il  24  giugno  il  colonnello  garibaldino  Giovanni  Interdonato con  un  manipolo  di  uomini,  giunse  a  sedare  la  ribellione. Interdonato non si pose in contrapposizione ai rivoltosi; convocati i capi del movimento, si fece rendere le armi senza incontrare resistenza. Subito dopo, però,  li  fece  arrestare  e  conferì  a  Don  Luigi  Bartolo  Gentile  il  potere  di amministratore locale. Questi, provvide all'arresto anche di quei congiurati lasciati liberi perché solo marginalmente implicati nella sommossa: più che la giustizia, scattò la vendetta, e si trattò d’una vendetta controrivoluzionaria  e  conservatrice,  che  tradì  insieme  allo  sciagurato,  e  confuso,  progetto popolare, anche ogni presupposta ventata di novità e di giustizia sociale che si ipotizzava connotasse la stagione garibaldina. La Commissione Speciale del Distretto di Patti, composta da soli borghesi,  incaricata di giudicare i fatti, operò in effetti per vendicare l’offesa – in tutti i sensi mortale – che i cafoni si erano permessi di arrecare ai civili, e il 18 agosto emise sentenza di morte per ventisei persone e sette condanne a venticinque anni. Metà delle previste esecuzioni fu eseguita per evitare che l’intervento del Generale bloccasse la commissione. Garibaldi difatti con una prima ‘riservata’ del 3 luglio, aveva ordinato di non celebrare processi per qualsivoglia reato senza che prima si fossero ricevuti degli ordini, e, con disposizione del 24 luglio, che prima delle esecuzioni si attendessero comandi ulteriori del Segretario di Stato per la Giustizia e, infine, che qualora vi fossero più di tre condannati a morte, si sospendesse per gli altri l’esecuzione della pena. Ma, dal momento che l’intento era punire in modo esemplare quello che era considerato un delitto di classe, ben dodici persone furono giustiziate senza indugi; subito dopo, la Commissione comunicò al Segretario di Stato competente per il ramo penale che le altre condanne non erano ancora state eseguite e che si affidava alla clemenza del Dittatore per commutarle in trent'anni di carcere, istanza che venne accolta. Degno di nota è il fatto che proprio Don Manfredi, presunto istigatore dell’eccidio, non figurasse tra condannati.

Infine, il 24 novembre 1860, la Gran Corte Criminale di Messina emise una sentenza assolutoria per i tumulti di Alcara. Molti dei carcerati e dei latitanti avevano difatti presentato ricorso, chiedendo che venisse applicato il decreto del Dittatore del 21 agosto 1860, in forza del quale non si potesse dar corso all'azione penale contro i reati ‘politici’ commessi mentre perdurava l’‘occupazione’ borbonica. Lo stesso Interdonato, divenuto giudice a Messina, con una requisitoria scritta, chiese l’annullamento della sentenza emessa dalla Commissione Speciale di Patti, e che i reati commessi ad Alcara venissero rubricati come reati politici. La sentenza della Gran Corte suscitò una aspra reazione da parte dei civili; infine, i condannati liberati vennero esiliati per evitare il riesplodere di sanguinosi conflitti. Le idee di rivolta erano praticamente azzerate. Altro che terra ai contadini! I vinti di sempre, non solo non ebbero nemmeno un muccaturi di terra, ma subirono una damnatio memoriae, gabellati come «i sissantara», ovvero coloro che nel Sessanta si erano macchiati di atroci delitti.

Nel  fatidico  1860,  in  effetti,  Garibaldi  fu  «il  cerino  sulla  paglia,  ma  la fiammata durò poco, ché i siciliani si accorsero presto di essere stati usati: persero i privilegi di cui godevano con i Borbone, il tenore di vita crollò; le tasse si moltiplicarono: per i sindaci che non le riscuotevano e per quelli che si dimettevano per evitare di riscuoterle, fu sancita la condanna a morte (la soluzione per tutto!), le casse pubbliche svuotate; fu imposta, con fucilazioni in massa e rappresaglie per interi paesi la leva militare obbligatoria, che prima non c’era. E l’isola tornò a insorgere non solo a Bronte, e non solo a Bronte Nino Bixio risolse con stragi liberatrici e patriottiche»

nino bixioBixio, cui era demandato il controllo dell’ordine pubblico, si erse, difatti, a  duro  repressore  e  «dopo  Bronte,  Randazzo,  Castiglione,  Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma nessuno osò più muoversi» Bixio che nel suo epistolario aveva scritto: «Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! S’io dovessi  vivere in queste regioni preferirei di bruciarmi la testa […]. Questo insomma è un  paese  che  bisognerebbe  distruggere  o  almeno  spopolare  e  mandarli  in Africa a farli civili» Questa era l’opinione di uno dei leader dell’epopea garibaldina.

proclama bixioLa vicenda di Bronte, ricordata da Gaetano De Maria come speculare a quella Alcarese è stata oggetto di uno dei film-documentario della cinematografia Italiana ,  alla  cui  sceneggiatura  collaborò  Leonardo Sciascia. A parte la riedizione della preziosa cronaca di Benedetto Radice, fonte altresì citata dal De Maria, proprio a Sciascia si devono preziosi contributi per cogliere la sostanza degli eventi: «Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo a Randazzo, scriveva Bixio al comandante Dezza: era l’8 di agosto del 1860. Il 6 era entrato in Bronte; l’8 parlava già di fucilazione, ancor prima che avesse inizio il processo; il 9, all’alba, raccomandava  ai  giudici  celerità  e  severità  e  partiva  per  Regalbuto,  a  reprimervi  la rivolta;  nel  primo  pomeriggio  dello  stesso  giorno  tornava  a  Bronte  per  la fucilazione, che venne stabilita, con un proclama affisso alle cantonate, per l’indomani alle 8 al piano detto di San Vito»

In quell’estate del 1860, la promessa non mantenuta della distribuzione delle terre scatenò ribellioni e risentimenti  destinati a lasciare per sempre il segno sui rapporti tra la Sicilia e il Regno d’Italia. Quando ai notabili che Crispi aveva reintegrato nei consigli civici si contrappose l’ala radicale, che reclamava  l’immediata  divisione  dei  demani  comunali  e  appoggiava  le rivendicazioni  popolari  occupando  le  terre,  come  accadde  non  solo  ad Alcara e a Bronte, ovunque le tensioni – destinate a ripetersi – furono dello stesso tipo.

Il ceto civile aveva compiuto il suo gioco di prestigio, e operato simultaneamente la ‘controrivoluzione preventiva’ e il «passaggio al tricolore»

Fonte:Archivio storico Messinese- rassegna:Rivolte e repressioni: fra le pagine scure dell’epopea garibaldina.Rosamaria Alibrandi

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