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La conquista Normanna e il cambiamento sociale in Sicilia.

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Assedio di Messina 1040 Assedio di Messina 1040

Di fatto, la vittoriosa penetrazione dei Normanni alla riconquista della Sicilia, che proprio da Messina prese l’avvio con l’entrata trionfale nella città dello stretto del Gran Conte Ruggero, è costellata di prodigi, interventi salvifici di santi e figure Diemer Hofhaltungaluminose, fondazioni di luoghi sacri, ed è caratterizzata da una sostanziale riscrittura organizzativa del territorio siciliano, cui offrirono un contributo decisivo i monaci Basiliani nei secoli successivi. L’area messinese in particolare venne così a costituirsi come luogo di incontro e di mescolamento di elementi culturali sia nordici che orientali (greci ed armeni in specie) i quali finirono col sovrapporsi e a mescolarsi, ai preesistenti elementi latini, bizantini ed arabi.

Gli influssi nella letteratura della conquista normanna e nell'arte figurativa popolare influenzo l'immaginario collettivo Siciliano. Tanto da consentire alla materia cavalleresca importata dai Normanni di durare fino al secolo XIX.

Dapprima attraverso l'oralità e le raffigurazioni pittoriche come nei dipinti del soffitto della Sala Magna del Palazzo Steri di Palermo del XIV secolo, fortemente influenzati e condivisi dai Chiaramonte.

In seguito con le riformulazioni popolari nell'Opera dei Pupi della conquista normanna:paladino

  • Di la condicioni et di lu statu di lu conti Rogeri, lu quali conquistau Sichilia;
  • Comu li Normandi prisiru lu Papa et comu lu Papa li concessi la conquesta di Calabria et di Sichilia;
  • Comu lu conti Rogeri passau in Sichilia et vinni in Missina;
  • Comu fu prisa la chitati di Missina;
  • Comu lu duca Rubertu vinni in ayutu di lu Conti per prindiri Palermu et comu poy appiru vittoria di Palermitani;
  • Comu Palermu fu prisu di lu Duca et di lu conti Rogeri, so frati;
  • Comu Maczara fu difisa di li inimichi et comu li Normandi foru sconfitti in Cathania di li Sarachini et (li Sarachini) in Iudica per li Cristiani.

Nelle pitture dei Carretti.- Infatti le didascalie riportate ai bordi delle pitture che decorano le fiancate di carretti siciliani nei secoli XIX e XX:

  • Entrata di Ruggero a Palermo;carretto siciliano
  • Ruggero caccia i Saraceni;
  • Ruggero alla battaglia della Kalsa;
  • Ruggero il Normanno vittorioso;
  • Ruggero il Normanno in piena battaglia;
  • Ruggero il Normanno carica;
  • I valorosi guerrieri di Ruggero in combattimento;sponda
  • I musulmani sconfitti;
  • Trionfo dei Normanni;
  • Ruggero il Normanno a Palermo;
  • Ingresso a Palermo di Ruggero il Normanno;
  • La maestosa figura di Ruggero il Normanno;
  • Incoronazione di Ruggero; etc

Nella toponomastica siciliana:

  • Calascibetta: il territorio di Castrogiovanni prese il nome di Calascibetta dalla figura di una donna, di nome Betta, che durante l’assedio di Castrogiovanni ad opera del Conte Ruggero avrebbe informato il condottiero normanno che la città era allo stremo essendo venuti a mancare i viveri, e ciò nonostante gli assediati con alcuni stratagemmi avessero fino a quel momento ingenerato nei nemici l’impressione di essere ben provvisti di scorte.
  • Furnari: il territorio ubicato tra la contrada Arancia (Tripi) e la contrada detta Aranciotta (Castroreale) prende questo nome da Antonio Furnari, massaro che, secondo la leggenda, avrebbe offerto ospitalità al Conte Ruggero che gli si era presentato in incognito, prendendosi cura altresì di un levriero gravemente ammalato del re normanno; allorquando quest’ultimo, tornato dopo qualche tempo a riprendersi il cane lo trovò perfettamente guarito, per ricompensare l’uomo gli comunicò che gli avrebbe concesso quanto questi avesse richiesto, cioè appunto il territorio che poi da lui avrebbe preso il nome; è notevole osservare che nello stemma della città, tutt'ora visibile nella Chiesa madre, compare un levriero, accompagnato dal motto finché venga, che allude alla fedeltà del massaro.  
  • Ravanusa: in una leggenda locale la fondazione del paese viene fatta risalire alla miracolosa apparizione della Madonna al Gran Conte Ruggero durante l'assedio di una fortezza saracena situata sul monte omonimo. Essendo i Normanni in difficoltà per la penuria di acqua, la Vergine Maria avrebbe indicato a Ruggero una vena d'acqua ai piedi di un fico, facendo si che da un ramo dell'albero reciso dalla spada del re normanno sgorgasse l'acqua indispensabile a rifocillare e condurre alla vittoria gli assediatori. Di tale episodio leggendario rimane una testimonianza figurativa costituita dall'affresco "La Madonna appare a Ruggero il Normanno" esistente nella locale chiesa dei Minoriti.
  •  Piano del Conte, contrada presso Caltagirone: prende il suo nome dal Gran Conte Ruggero, che in questo luogo si accampò in attesa di combattere contro i Saraceni, ebbe la visione di un cavaliere crociato e con un vessillo in mano anch'esso segnato da una croce rossa combatteva con i normanni e sbaragliava gli infedeli. Dopo essere entrato trionfante a Caltagirone per la porta che poi da lui prese nome (di Ruggiero o del Conte), il condottiero decise, a mo' di resa di grazie, di edificare la Chiesa di San Giacomo e di eleggere tale santo a patrono della città. In questo episodio si riecheggiano antiche leggende su San Giacomo matamoros, che hanno fatto parte del patrimonio orale dei pellegrini a Santiago de Compostéla.
uomo pesce
Nella cultura tradizionale locale. - Colapesce e Giufà, che appaiono a vario titolo legate alla presenza dei Normanni in Sicilia.
Colapesce giovane messinese secondo la maggioranza delle redazioni a stampa e versioni orali della leggenda a noi pervenute, è un essere che partecipa della duplice natura di uomo e di pesce a seguito di una maledizione scagliatagli dalla madre, esasperata per la sua eccessiva passione per il mare. In forza di tale sua ambigua condizione di uomo acquatico, Colapesce svolge una funzione socialmente utile all'interno della sua comunità: disincaglia le reti, avverte i pescatori degli imminenti fortunali e addirittura reca messaggi da una sponda all'altra dello stretto. La fama delle sue straordinarie capacità giunge fino al Re, che nella maggior parte delle versioni colte della leggenda è l'imperatore Federico II di Svevia, presente nella Città dello stretto nella primavera del 1221, ma che nelle più antiche versioni come quelle di Walter Mapes e di Gervasius de Tilbury è un re normanno come Guglielmo o Ruggero. Il sovrano dunque, per curiosità e per soddisfare un capriccio che viene in quasi tutte le fonti presentato come naturale corollario dell’arrogante crudeltà dei potenti, obbliga il giovane Colapesce a dare prova delle sue capacità costringendolo ad intraprendere un vero e proprio viaggio agli inferi; egli dovrà infatti recuperare un oggetto prezioso (monile, anello, coppa d’oro o d’argento, corona ecc.) che il Re getta nel fondo del mare. Il giovane avendo eseguito con successo l’ordine del sovrano, viene da costui costretto a ripetere la prova in condizioni sempre più difficili, fin quando fallisce e non riemerge più rimanendo per sempre sepolto sotto l’enorme coltre funebre del mare. In alcune certamente successive versioni della leggenda, è il giovane nauta a decidere liberamente di non riemergere e sacrificare così la propria vita, avendo egli scorto una delle tre colonne che sorreggono la Sicilia in stato pericolante e quindi bisognevole di un perenne puntellamento. Il tema leggendario, nella sua apparente semplicità, è ricco di antecedenti classici la cui presenza è da ricondurre ad una migrazione di temi analoghi dal mondo egeo-minoico alla Magna Grecia e successivamente al meridione d’Italia (Napoli, Puglia, Calabria, Sicilia) ed alla più vasta area del Mediterraneo occidentale (Francia e Spagna), e trae al contempo molti suoi motivi da tradizioni nordiche la cui penetrazione in Sicilia può essere ascritta ai Normanni. La figura di Nicola Pesce può essere inoltre ricondotta a Poisson Nicole, un briccone divino delle acque presente nella mitologia e nel folklore francesi, ma anche ad archetipi mitologici che risalgono fino al dio del mare Nettuno. Quello che in realtà occorre evidenziare, e che rende la leggenda di Colapesce significativa sotto il profilo antropologico, è il tema della prova così come esso è stato recepito ed in parte riplasmato dai ceti subalterni meridionali, ed assunto quindi da questi come aspetto particolarmente rispondente alla propria visione del mondo. Colapesce è un uomo che viene dal popolo e che mantiene tale sua connotazione sociale anche in presenza di un sostanziale mutamento di stato per ciò che concerne le sue capacità ed abilità in ambito esistenziale. Come tale, egli deve pagare lo scotto della conquistata emancipazione dalla condizione di penuria e di limitata libertà che caratterizza i ceti popolari.  
Illustrazione di Sara Cappello http://www.istitutoeuroarabo.it/

Giufà

Nella cultura tradizionale siciliana le surreali e tragicomiche storie di Giufà costituiscono nel loro complesso una sorta di ironico contraltare alla drammatica tragicità dell’esistenza. Spezzando la tensione delle assai serie vicende paladinesche, riescono ad allentare, suscitando il riso da parte degli spettatori, il groviglio di passioni che l'opéra dei pupi rappresenta sulla scena. Il carattere liberatorio e addirittura terapeutico del riso è strettamente connesso all'originario significato sacro di tale fondamentale espressione umana. Così, Giufà appare eroe levantino, arabo, siciliano: a fronte della inattaccabile serietà degli eroi nordici, dei modelli culturali importati dai Normanni, Giufà testimonia che nella sfera culturale nord-africana e islamica, della quale anche la Sicilia partecipa, l’assoluto si lascia scoprire solo a condizione di essere disposti a sperimentarne le molteplici difficoltà insolubili in cui si imbatte il ragionamento. Come un maestro Zen, Giufà impartisce i propri insegnamenti compiendo atti ed elaborando stratagemmi linguistici che sono fonti di illuminazione per chiunque ad essi assista, squarciando alla stregua di un fulmine la caligine che avvolge il nocciolo dell’esistenza. 

La presenza dei Normanni in Sicilia dette impulso ad una straordinaria proliferazione di miti e leggende, di usi e costumi, di temi figurativi, in definitiva di produzioni culturali che hanno poi per molti secoli, e in qualche caso fino ai giorni nostri, contrassegnato la cultura tradizionale siciliana, contribuendo potentemente a delinearne l'identità. 

 

 

appunti da:Sergio Todesco - L'eredità immateriale

 

 

 

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