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La contea sorse grazie ad una serie di privilegi devoluti a partire dal 1540 dall'imperatore Carlo V a Nicola Maria Caracciolo, vescovo di Catania, che culminarono con la concessione del mero et mixto imperio, ossia della giurisdizione civile e criminale sul territorio di Mascali. È grazie a tali atti ufficiali che i successori del vescovo Caracciolo si fregiarono per oltre due secoli del titolo di "Comes Maschalarum" (Conte di Mascali).

La contea di Mascali si estendeva su di una vasta area boschiva infeudata a partire dal XII secolo e già possedimento della diocesi di Catania a seguito di una donazione di Ruggero II di Sicilia nel 1124 al vescovo di Catania Maurizio. Il quale territorio però fu successivamente incorporato ecclesiasticamente all'interno della Diocesi di Taormina prima, e nell'Arcidiocesi di Messina poi, creando non poche difficoltà alle istituzioni ecclesiastiche locali e agli abitanti, sottoposti contemporaneamente a due autorità religiose, con una autorità quale quella del Vescovo di Catania ad avere una prevalenza di carattere civile.

Posto alle falde dell'Etna, tra Acireale e Taormina, il territorio della contea degrada verso il mar Ionio, formando un'ampia insenatura, la quale, se non offre sicuro riparo alle barche, consente tuttavia un facile approdo, e si presenta come naturale sbocco per i prodotti dell'entroterra - essenzialmente il vino -, che su quella spiaggia venivano «riposti» nei magazzini in attesa dell'imbarco. La spiaggia, appunto, di Riposto, la piana di Mascali su cui sorgevano i «quartieri», cioè i borghi rurali della contea, tra i quali emergeva Giarre, con la collina dove era posta la città che dava il nome alla contea e ne rappresentava il centro amministrativo: era questa l'articolazione territoriale disegnata dall'assetto naturale e da una intensa azione dell'uomo. Le tre fasce avevano assunto tra il Sei e Settecento una fisionomia differenziala: la piana - la zona più fertile - era l'area dei vigneti, il cui continuo estendersi aveva determinato l'espansione di insediamenti abitativi; la costa, su cui invece l'insediamento era scoraggiato dalla possibililà di incursioni barbaresche, era il luogo privilegiato del commercio; la collina, infine, proprio perché ben più al riparo da quel rischio, era la sede delle funzioni giuridiche e amministrative della contea, patrimonio del vescovo di Catania.

Il territorio su cui si estendeva la contea di Mascali, con i suoi 103 Kmq, rappresenta appena lo 0,4% della superficie della Sicilia, e circa il 3% della attuale provincia di Catania. Poca cosa, dunque, eppure degna di attenzione perché teatro, tra gli ultimi decenni del XVIII e la crisi agraria, di una vicenda economica e di un complesso di dinamiche sociali riconducibili alla determinazione di una borghesia mercantile emergente e capace di sfruttare al meglio una vocazione vitivinicola, rispetto alle nuove possibilità e ai nuovi problemi legati alla estensione del mercato.

A partire dal XVI secolo aree sempre più estese erano state concesse in enfiteusi: alla metà del "700 quando la contea passò in affitto al Regio Patrimonio, tale processo riguardava ormai praticamente l'intero territorio. Questo regime fondiario è all'origine dell'eccezionale sviluppo produttivo del territorio.

Il vigneto richiede braccia e lavoro continuativo; richiede, la presenza vigile del coltivatore. Da qui l'addensarsi della popolazione nei tredici quartieri sparsi nel territorio, ed li suo incremento, che da livelli medi nella seconda metà del 700, passa alla fine del secolo a livelli mollo più elevati rispetto alle altre zone della provincia di Catania ed al complesso dell'isola.

La viticoltura, nelle proporzioni assunte, non poteva che rivolgersi al mercato, e non solo a quello locale. Giuseppe Recupero nella sua Storia naturale dell'Etna, scritta intorno al 1770. parla di una produzione annua di 160.000 salme di vino (110.000 ettolitri), e di resa media di 10 salme per tomolo: tali cifre farebbero ammontare l'estensione del vigneto a 1000 salme, cioè a metà dell'intera superficie della contea.
Nel 1827 un viaggiatore d'eccezione, il giovane Tocqueville, percorrendo le pendici dell'Etna si meravigliò di trovarsi «au milieu d'un pays enchant qui on surprendrait partout, el qui vous ravit en Sicile»; e non sembrandogli sufficiente la fertilità del suolo vulcanico a spiegare quella prosperità agricola e commerciale, la attribuì al «morcellement extreme des propriétés», ipotizzando che fosse questo il regime fondiario più favorevole per lo sviluppò economico dell'isola.

Si trasferiva il mosto dal palmento alle cantine,  e con i barili si portava il vino per l'imbarco, legati a coppia ai fianchi dell'animale per una capacità complessìva di una salma, detta, appunto, anche «carico». Con questo sistema delle «redini» le merci convergevano verso Giarre; da qui, dove il traffico si intensificava, la strada rotabile consentiva un comodo accesso alla spiaggia di Riposto.

Non fa meraviglia, dunque, che anche a Riposto, col crescere di questo movimento di merci, il borgo marittimo assumesse progressivamente caratteri urbani. Questa tendenza, già nettamente delineata all'inizio del secolo, subì una rapida accelerazione a partire dal 1806-7, dal momento, dell'arrivo delle truppe inglesi nell'isola e in particolare a Messina, città che tradizionalmente si riforniva dei vini di Mascali. Il volume dei traffici aumentò enormemente; si crearono in tempi brevissimi fortune familiari ingenti, come quella dei Fiamingo che furono protagonisti per un secolo della vita economica ed amministrativa ripostese: si verificò verso il centro commerciale uno spostamento consistente di popolazione, che interessò molti commercianti e trafficanti i quali trasferirono la loro residenza vicino al porto, e con loro artigiani, mulattieri. marinai, ed anche impiegati, notai, ed altri esponenti della borghesia urbana delle professioni.

Wikipedia e dal libro Il mezzogiorno preunitario- Angelo Massafra- Università di Bari

 

In Sicilia, l’attività di ricerca e repressione dell’eresia risale al 1215 quando, sulla scia del concilio lateranense IV, Federico II promulga dei provvedimenti per frenare la diffusione dei movimenti ereticali. Diverse sono però le testimonianze in merito alle origini dell’officio inquisitoriale nell’isola e al suo sviluppo. Secondo l’inquisitore spagnolo Luis de Paramo, autore del Progressus Officii Sanctae Inquisitionis, l’avvio dell’Inquisizione pontificia nell’isola risale al 1309, ma l’istituto inquisitoriale era esistente già al tempo di Federico II (Paramo, 1578:196).

Antonino Franchina, Inquisitore di Sicilia nel 1729, nel suo Breve rapporto sull’Inquisizione di Sicilia, riferisce che dal 1300 l’ufficio appartiene all’Ordine domenicano con sede al convento di San Domenico a Palermo (Franchina, 1779: 14-15), e così funziona fino all’introduzione dell’Inquisizione spagnola, il tribunale di fede fondato nel 1468 in Castiglia e poi esteso a tutti i regni e domini di Isabella e Ferdinando, fra cui la Sicilia.

La storia istituzionale dell’Inquisizione siciliana può pertanto essere divisa in:
una fase fridericiana (1224-1250),
una fase medievale (1250-1500),
una spagnola (1500-1734) che passa attraverso la dominazione dei Savoia (1713-1720) e di Carlo d’Austria (1720-1734)
quella del tribunale autonomo (1734-1782).

La normativa fridericiana in tema di eresia è contenuta nella Constitutio in Basilica Beati Petrii, l’insieme di leggi emanato il 22 novembre 1220 presso la basilica di San Pietro a Roma, in occasione dell’incoronazione imperiale di Federico da parte di Onorio III. La Constitutio contiene le disposizioni destinate a essere estese in tutto l’impero: la prima è quella secondo cui l’eresia va equiparata al crimen laesae maiestatis, l’istituto di diritto romano che punisce quanti oltraggiano l’ordine costituito e i suoi rappresentanti. L’equiparazione tra eresia e lesa maestà non è nuova per le monarchie d’Europa, poiché già prevista nella legislazione di Alfonso II d’Aragona nel 1192 e in quella di Pietro III nel 1197. Nel caso aragonese però, si tratta di una lesa maestà civile punita con l’infamia, con l’esclusione dai pubblici uffici, dall’avvocatura e dalla milizia, e con una serie di limitazioni della capacità giuridica (incapacità di concludere un contratto o di esercitare un negozio).Papa Innocenzo III Nel 1199, invece, con la bolla Vergentis, Innocenzo III definisce l’eresia come crimen laesae maiestatis aeternae in quanto lesiva di una maestà superiore a quella temporale difesa dalle leggi civili e, pertanto, da punire più severamente. Federico II fa propria la concezione innocenziana di eresia e, nel marzo 1224, di fronte al dilagare dei patareni in Lombardia, non esita a promulgare la prima Costituzione che punisce gli eretici con la pena di morte sul rogo

(flammis pereat)

e per i casi minori di eresia, Federico prevede l’amputazione della lingua

(eum linguae plectro deprivent).

La misura adottata nei confronti degli eretici lombardi viene recepita nel 1235 dalle Constitutiones Regni Siciliae, dove si dispone che gli eretici debbano essere rilasciati vivi al giudizio delle fiamme e di fronte al popolo

(ut vivi in cospectu populi comburantur, flammarum commissi juicio).

Dall’equiparazione tra eresia e lesa maestà deriva il provvedimento secondo cui gli eretici vengono puniti con l’infamia e con la confisca dei beni. La normativa fridericiana in tema di eresia prevede anche la punizione dei complici degli eretici e delle autorità secolari inadempienti o negligenti nel difendere l’ortodossia. Per quanto riguarda l’istruzione della causa di fede bisogna mettere in evidenza una differenza fra il Regnum Siciliae e le parti continentali dell’impero di Federico II. In Sicilia l’avvio del processo di fede avviene ex officio inquisitionis da parte di ufficiali regi, lasciando ai giudici ecclesiastici la competenza di formulare un giudizio legato esclusivamente all’errore di fede. Una volta avviata l’inquisitio, gli ufficiali chiedono l’intervento dei giudici ecclesiastici i quali, accertata l’eventuale colpevolezza, lasciano nuovamente il campo all’autorità secolare. Se, dunque, nel resto dei regni e domini europei, l’inquisitio è di competenza dei vescovi o dei nuovi ordini religiosi, nel Regnum spetta a ufficiali regi. Nel 1233 il sistema viene in parte modificato e la ricerca degli eretici viene affidata congiuntamente a un ufficiale regio e un prelato, ma l’istruzione della causa rimane di competenza di un delegato del sovrano assistito da due vescovi e il processo viene poi sottoposto alla Curia regia. Così, in Sicilia, il crimen haeresis è competenza del re e della sua corte di giustizia, mentre in Europa, le cose stanno diversamente. Per assumere il monopolio dell’Inquisizione in Sicilia, l’Ordine dei domenicani dovrà aspettare la morte di Federico II nel 1250. Non a caso, il primo inquisitore di Sicilia è nominato nel 1252 ed è Bartolomeo Varello, domenicano di Lentini. Nei secoli successivi, l’Inquisizione è esercitata dagli Ordini religiosi, così come nelle altre parti d’Europa, seppur con qualche differenza.Autodafé

La Sicilia dal XV fino a quasi tutto il XVII secolo faceva parte dell'Impero spagnolo sotto forma di Vice-Regno, al pari di Napoli e della Sardegna. Dopo un tentativo fallito di estendere dalla Spagna alla Sicilia il Tribunale dell'Inquisizione nel 1481, Il 6 ottobre 1487 Ferdinando II il Cattolico creò il Tribunale dell'Inquisizione e fu inviato in Sicilia il primo inquisitore delegato, Frate Agostino La Pena, la cui nomina fu approvata da Papa Innocenzo VIII. In Sicilia operavano già gli inquisitori apostolici dell'Inquisizione della Santa Sede anche se con modalità meno rigorose rispetto a quelle dell'Inquisizione Spagnola.simbolo dell'inquisizione

A differenza di Napoli, che rifiutò gli ordinamenti politici e militari spagnoli dando vita a numerose rivolte popolari (tanto che l'Inquisizione spagnola non venne mai istituita a Napoli a dispetto del volere di Federico II) in Sicilia l'inquisizione approdò e fu gestita da inquisitori arrivati direttamente dalla Spagna. Il loro potere, di fatto, era superiore a quello dei viceré stessi in materia di procedimenti legali e, ovviamente, superiore all'autorità dei preesistenti giudici e funzionari locali. Assieme al sovvertimento della struttura istituzionale della loro terra, la minaccia di vedere in qualche modo controllate le attività mercantili, finanziarie e commerciali attraverso la censura delle loro vite attuabile dal Tribunale ecclesiastico, l'Inquisizione si rese subito invisa al popolo siciliano ancor prima che le attività persecutorie avessero materialmente luogo

L'inquisizione siciliana dipendeva direttamente da quella spagnola e operava in assoluta autonomia dalla Santa Sede romana. Paolo III, a differenza dei suoi predecessori Innocenzo VIII, Alessandro VI e Giulio II che non si opposero all'autonomia dell'Inquisizione siciliana dalla Santa Sede, fu ostile all'Istituzione del tribunale nel Regno e appoggiò i napoletani. A capo del tribunale siciliano era preposto un inquisitore generale spagnolo mentre gli altri componenti venivano nominati dal viceré. Nel tribunale i primi a operare come giudici furono i Padri Domenicani. Nel 1513 il compito fu affidato ai religiosi Regolari. Il declino del potere dell'Inquisizione in Sicilia cominciò molto lentamente a partire dal 1592 quando il viceré Duca d'Alba ottenne da Filippo II che tutti gli arruolati nella congregazione de' famigliari del Sant'Uffizio (nobili, cavalieri, generali e altri aristocratici siciliani) perdessero i privilegi economici e prerogative fino ad allora concessi, che gravavano pesantemente sull'amministrazione dello stato. I commissari del sant'Uffizio e coloro che vi si affiliavano come famigliari erano inoltre dispensati dalle leggi restrittive sul porto d'armi e godevano di immunità dalla giustizia regia. Con decreto regio del 6 marzo 1782, dopo oltre 500 anni dall'introduzione, Ferdinando III di Sicilia, disponeva l'abolizione dell'Inquisizione nell'isola. Lo scopo del tribunale era mettere a tacere uomini di "tenace concetto" ossia recidivi peccatori della morale, eretici o comunque agitatori, sobillatori e diffusori di idee e stili di vita, credenze e superstizioni, contrari alla conservazione della fede cattolica. A differenza dei tribunali romani, non vennero svolti quasi mai processi in cui venivano dibattute teorie teologiche. Malgrado alcuni scontri col potere laico, anche in Sicilia il Tribunale ecclesiastico viene considerato da alcuni storici come una struttura ufficiale di governo.

I reati per i quali si veniva processati erano ovviamente l'eresia (eresie luterane, ebraismo) ma anche la bestemmia, la stregoneria, l'adulterio, l'usura. Su 32 inquisiti nell'anno 1658, 13 sono bestemmiatori ereticali, 9 ingannatori (maghi, indovini) e 5 bigami e un sacerdote per detenzione di libri magici. Si praticava l’auto-da-fè ossia l'atto di fede in pubblico spettacolo con il quale l'eretico dichiarava il proprio pentimento. L'autodafé non risparmiava comunque la morte sul rogo.Gli inquisiti del tribunale dell’Inquisizione di Sicilia ammontano a 7.161 persone (Renda, 1997:203). Un numero abbastanza alto se si considera che il tribunale persegue reati di fede e non crimini comuni. La tipologia degli inquisiti del tribunale siciliano è composta da 2.110 inquisiti per giudaismo, 1.040 per apostasia e maomettanismo, 921 per magia e stregoneria, 598 per proposizioni ereticali, 580 per bestemmia, 499 per protestantesimo, 485 per bigamia, 356 per oltraggio al Sant’Uffizio, 206 per atti sacrileghi, 188 per sollecitatio ad turpia, 107 per eresia, 13 per sodomia e altri 63 inquisiti per delitti non identificati.

Fonti: L'Inquisizione in Sicilia di Valeria La Motta; Wikipedia

Il sistema delle torri di avvistamento costituiva un complesso correlato di fortezze, castelli, guardie, poste e torri aventi due finalità principali: una di osservazione e di allerta e una di difesa; la prima funzione veniva assolta attraverso un cordone ininterrotto di segnalazioni che seguiva dalle marine il costeggiare del naviglio nemico, mettendo in allarme le popolazioni e le milizie del territorio circostante; la seconda funzione si attivava in caso di tentativi di sbarco, attraverso l’uso dell’artiglieria e della moschetteria, il riparo dato alle popolazioni in fuga, l’invio di staffette per sollecitare l’arrivo delle truppe della milizia locale e della cavalleria leggera.torri in sicilia

La Sicilia è sempre stata terra di sbarco ma nel XIV secolo il Popolo Siciliano ha avuto la necessità di un controllo delle coste più assiduo, quindi tra il 1313 ed 1345 Federico III re di Sicilia fa costruire un sistema di 40 torri costiere di avvistamento e difesa, per lo più di forma cilindrica.

Il 15 gennaio del 1296 il Parlamento Siciliano con decisione rivoluzionaria, in quanto tutti i sovrani in Europa lo erano per grazia di Dio, considerò decaduto dalla carica Giacomo II ed elesse il fratello Federico con il titolo di Federico III Re di Sicilia. Il 25 marzo dello stesso anno venne incoronato nella Cattedrale di Palermo con il Popolo Siciliano esultante.

Proprio questo evento scatenò “quasi una crociata”! Il Regno di Sicilia fu attaccato da una coalizione, (sotto la regìa e l’incitamento di papa Bonifacio VIII), formata dal regno angioino di Napoli, dai guelfi italiani, dal regno di Francia e regno d’Aragona. Quando poi fu firmata la pace di Caltabellotta i Siciliani hanno dovuto difendersi dai pirati e dai corsari tunisini.

Il sistema delle torri viene ancor più reso un progetto organico di difesa costiera dell’isola nel 1405, quando Martino I Re di Sicilia (1374 1409) fa restaurare le torri esistenti e costruire di nuove. Ma i problemi si intensificano ancor più per il continuo assalto piratesco e soprattutto corsaro sia del nord Africa maghrebino sia dai turchi insediatesi ad Algeri. Tra questi il famoso corsaro Barbarossa. Gli attacchi e gli sbarchi furono anche dai corsari dei vari stati europei e dai predoni di ogni fede. Quindi a partire dal 1547 la Deputazione del Regno di Sicilia incentivò gli investimenti sul sistema di difesa delle torri. Proviene da questo periodo il motto siciliano:“cu piglia un turcu è so’”. Vuole significare che l’azione di difesa contro lo sbarco turco, fatto per lo più da volontari del popolo, non era ben ordinato militarmente, quello che contava era dargli addosso.

Dal punto di vista funzionale le torri si distinguevano in due grandi categorie: le torri di difesa vere e proprie, che sorgevano vicino ai centri abitati ed erano provviste di guarnigione armata; le torri di guardia o di avvistamento (guardiole) più piccole, disposte sulle alture per sorvegliare molte miglia di mare. Amministrativamente, invece, si distinguono tre tipi di torri: le torri di Deputazione, direttamente gestite dal Regno di Sicilia e le torri poste sotto la gestione delle Universitas locali, dotate di spesse mura merlate e cannoniere, ma anche di cisterne per l’acqua piovana, utili in caso di assedio prolungato; infine le torri appadronate, cioè private, concepite come magazzini fortificati di difesa delle attività e della produzione agro-pastorale, oltre che delle maestranze. Le torri di Sicilia più antiche risalenti al 1300 – 1400 erano a pianta circolare e di aspetto cilindrico. Le torri camilliane invece presentano una pianta quadrata con rafforzamento a scarpa della base ed elevazione su tre piani.

 I luoghi abitati della costa siciliana e i baroni-mercanti dei caricatoi avevano eretto torri e castelli, ma una formulazione strategica difensiva complessiva – comprendente organicamente l’intero territorio isolano, e idealmente tutti i territori costieri dell’impero – iniziò ad aversi con Gonzaga e soprattutto con Vega, che per primo si prefisse lo scopo di creare una rete di torri costiere che, integrate al sistema delle fortezze anch’esso in trasformazione, fossero in grado di comunicare l’un l’altra un eventuale pericolo proveniente dal mare attraverso segnali di fumo o di fuoco.torre ligny trapani Dal 1549 al 1553 se ne costruirono trentasette, ma nei decenni successivi si privilegiò la spesa per la flotta, e si andò poco avanti in questo settore. Nel 1578 il senese Tiburzio Spannocchi presentò la sua relazione tecnica sul sistema delle torri, in seguito alla quale Marcantonio Colonna fece approvare un donativo parlamentare di 10.000 scudi triennali per il completamento del circuito di avvistamento costiero. Pochi anni dopo (1583-84) Camillo Camilliani stese un’altra dettagliata relazione in cui individuava come necessari 175 nuclei difensivi, 43 dei quali già esistenti, 33 ancora in costruzione o bisognosi di riparazioni, e 99 da edificare. Il progetto Camilliani rimase largamente incompiuto, trovandosi di fronte il formidabile ostacolo delle scarse risorse finanziarie dell’erario siciliano e spagnolo. Trent’anni dopo, in un nuovo progetto, il numero dei punti fortificati ritenuti necessari fu ridotto da 175 a 136, e la relazione del commissario generale delle torri, Lelio Scalalone, mostrò un progresso dai 76 nuclei funzionanti o in via di attivazione rilevati dal Camilliani, a 87 funzionanti nel 1616-7, più altri 25 segnalati dal Camilliani ma non considerati dallo Scalalone stesso in quanto integrati nei sistemi di difesa urbani al di fuori delle sue competenze. Le torri in costruzione erano 5, e di altre 44 rimanevano i progetti sulla carta.torre cabrera pozzallo  In sostanza il commissario riteneva che il sistema complessivo fosse operante al 64% dell’optimum fissato nel 1618; un altro 4% era in fase di costruzione, e il 32% rimaneva allo stato progettuale. Alla parte del primario progetto (Camilliani) che era stata depotenziata, si cercò di porre qualche riparo con l’impiego di guardie di posta nei tratti di costa lasciati vuoti. La cifra complessiva di 120 torri esistenti, segnalata nel 1593 dal Crivella, può ritenersi quindi sostanzialmente corretta. Le guarnigioni erano limitate a due, tre o quattro elementi (un caporale, un artigliere se c’erano pezzi, e uno o due soldati). Si previde un contingente di 208 soldati ordinari in servizio per tutto l’anno, cui se ne aggiungevano tra aprile e novembre altri 665, ma spesso la realtà era inferiore alla norma: nel 1618, per esempio, si contarono in tutto 157 militari.  Le ronde costiere (cavallari) mobilitavano 284 militari più altri 60 nel periodo primavera-estate. Vi erano poi, secondo l’importanza e lo stato di efficienza, un numero variabile di pezzi d’artiglieria di vario tipo (colombrina, sangro, falconetto) e di altre armi: in tutto 93 pezzi d’artiglieria (di cui 11 inservibili), 184 archibugi, 99 moschetti, 37 maschi e 147 alabarde. Scalalone richiese altri 31 pezzi, 38 archibugi e 53 alabarde.

Il corpo gestionale-amministrativo era così costituito: commissario generale delle fabbriche delle torri, capo mastro delle fabbriche, munizioniere, procuratore, razionale, percettore del donativo, con i loro sottoposti; a livello locale le varie funzioni erano esercitate dai soprintendenti, nominati dalla Deputazione spesso in considerazione del fatto di aver contribuito a spese di costruzione o di gestione. Alcune delle torri della Deputazioni erano a gestione mista: quella di Scalambri era divisa con componenti della famiglia Bellomo, quella di Vindicari con il m.se della Motta, quella del Capo Mulini o S. Anna con la città di Aci, quella di Furnari con il b.ne di Furnari, e quella di Marina di Patti con la città di Patti. La città di Palermo ne ‘possedeva’ dodici, altre erano gestite da Trapani, Marsala, Mazara, Sciacca, Siracusa, Patti, Cefalù, Termini. Tra i titolari, oltre ai citati, si trovavano la baronessa di S. Fratello, il vescovo di Catania, la Commenda di S. Giacomo, il barone di Siculiana, il conte di Modica, il barone di Ficarra, il conte di Naso, il conte di Raccuja, il barone di S. Nicola, il principe di Trabia, il principe di Castelbuono, il principe di Butera, il barone di Roccella, il barone di Armigi. L’addensamento delle torri, come delle progettazioni, si aveva attorno a Palermo e poi man mano a difesa del Val Mazara e del Val di Noto fino ad Avola, mentre minore attenzione era prestata alla linea Siracusa-Augusta-Catania sulla costa orientale, e Messina-Milazzo, fino a Cefalù, sulla costa settentrionale.

 Le torri accomunano il paesaggio costiero siciliano come è comune la sua storia e la sua natura. Il paesaggio è il punto di incontro tra i beni materiali e immateriali del posto. Nel paesaggio vi è l’identità del Popolo che lo abita. Violentare il paesaggio, cancellando le testimonianze storiche o deturpando la sua integralità naturale, significa eliminare la coscienza del suo Popolo. Mentre bisogna ancor più valorizzare anche come risorsa economica tramite il turismo.

Foto di: Fabio Militello; Sandro Scalia su concessione del Centro regionale per l’Inventario e la Documentazione grafica, fotografica, aerofotogrammetria, audiovisiva, filmoteca regionale siciliana, della Regione Siciliana BB.CC. e I.S.; Fonti:Le armi dei Siciliani nella Sicilia spagnola (secoli XV-XVII)- Le torri di avvistamento Siculianesi di Alphonse Doria

A differenza della lingua italiana che ha il sistema eptavocalico, cioè sette vocali, le vocali in siciliano hanno un sistema pentavocalico, cioè hanno cinque vocali: a, e aperta, i, o aperta, u.

Le principali caratteristiche fonetiche sono:
  • La a  è pronunciata [ a ] come in italiano.
  • La i  è pronunciata [ i ] come in italiano.
  • La u  è pronunciata [ u ] come in italiano.

Consonanti

  • La d  si pronuncia normalmente [ d ].
  • La dd  è pronunciata retroflessa:[ ɖɖ ]. Vedi: beddu, cavaddu. (bello, cavallo)
  • La r  si pronuncia retroflessa ([ ɽ ]) solo se seguita da vocale.
  • Il gruppo tr  si pronuncia sempre retroflesso: [ ʈɽ ]. Vedi: trenu, tri (treno, tre). Eccezion fatta per le Madonie, dove si pronuncia come in italiano.
  • Le parole che iniziano per str  si pronunciano con l'unione dei due fonemi [ ʂɽ ]. Vedi: strata (strada).
  • La z  si pronuncia quasi sempre sorda ([ ts ]), raramente sonora. Vedi: zùccaru (zucchero) o zuccuru.
  • La j  si pronuncia [ j ] come la i italiana di ieri. A volte, anche il gruppo consonantico della lingua italiana "gl" assume in siciliano una pronuncia simile alla "j".
  • La h  non è muta, ma comporta un'aspirazione, la fricativa velare sorda come in tedesco "Bach". Tale fono è rappresentato dal gruppo hi, per gli altri gruppi ha l'aspirazione normale (glottale). Fa eccezione quando è usata per distinguere il verbo avere: in questo caso è muta.
In siciliano sono presenti molte parole con le consonanti duplicate a inizio parola. Le più comuni sono: cci, nni, cchiù, ssa, ssi, ssu, ccà, ddòcu, ddà.

Articoli

Gli articoli determinativi sono (l)u, (l)a, (l)i, l'. Gli articoli lu, la, li, (uso minore) perdono la "L" iniziale e diventano u, a i dipende la parola che segue, la parola che precede, il contesto in cui viene utilizzato per rendere la frase più comoda.
Quelli indeterminativi sonoun(u) o nu, na, n'. In siciliano non esiste la forma plurale di questi (ovvero dei e delle): al posto di questi viene usato "na pocu di", na para di, (un paio di), na trina di, ma anche n'anticchia di (un pochino di) ecc.
Nel trapanese (ad eccezione del comune di Marsala) gli articoli non vengono quasi mai accorciati, soprattutto quelli determinativi. La bimba si è nascosta dietro il muro: La nuddrica s'ammucciao darré la cantunera. L'inquilino del piano di sopra ha il passo pesante: Lu vicinu ri supra avi lu peritozzu. I custodi sorvegliano le barche dentro il molo; diventa: Li vardiani talianu li varchi rintra lu molu.

Nomi

I generi sono due: maschile e femminile, ma sono rimasti sostantivi di genere neutro, classificati secondo il genere neutro del latino. Il neutro non ha però un suo articolo perché in siciliano le parole vengono appoggiate da articoli maschili o femminili. Alcune di queste parole neutre sono:
  • (in italiano: l'oliva) che in siciliano ha tutti e due i generi quindi: l'alivu o la aliva
  • (in italiano: l'animale) cioè: lo armali o la armali;
  • (in italiano: le persone) cioè la genti, lu cristianu/la cristiana o li genti, li cristiani

Pronomi

Personali

  • Singolare: Iu/jo/ju/eo, tu, iddu, idda (soggetto); mia, tia, iddu, idda (complemento); mi, ti, ci/si (particella pronominale).
  • Plurale: Nuàutri/navutri/nantri (noi altri, noi), Vuàutri/vavutri/vantri (voi altri, voi), iddi (loro) (soggetto); nuàutri, vuàutri, iddi (complemento); ni, vi, ci/si (particella pronominale).

Possessivi

  • Singolare: me', miu, meo (mio, miei, mia, mie), to', toe (tuo, tuoi, tua, tue), so', soe (suo, suoi, sua, sue)/di iddu (di lui) o idda (di lei)
  • Plurale: nostru, vostru, so'/di iddi (di loro)
Gli aggettivi e i pronomi possessivi vanno sempre prima del nome a cui si riferisce.

Relativi

Chi, Ca, Cu(i), Quali (i/le quali)

Indefiniti

Nenti (niente), Nuddu (nessuno), cirtuni/certaruni (alcuni), certi, quali, qualegghiè/qualegghièrè (qualunque), socchegghiè/nzocheggierè (qualsiasi), cuegghiè (chiunque), ecc.

Interrogativi

chi? (cosa?), comu? (come?), cu? cui? (chi?), picchì? pirchì? (perché?), quantu? (quanto?), quali? (quale?), quannu? (quando?), soccu? nzoccu? (che cosa?), runni? unni? (dove?)

Dimostrativi

  • Maschile: chistu, chissu, chiddu
  • Femminile: chista, chissa, chidda

Verbi

In siciliano l'unico ausiliare è il verbo avere. I verbi possono essere: regolari, irregolari, transitivi, intransitivi, riflessivi, difettivi, servili. Il futuro al giorno d'oggi viene utilizzato solo in forma perifrastica ("jiri" + "a" + infinito). Purtuttavia lo studioso Giuseppe Pitrè ne riporta la presenza nel suo saggio "Grammatica Siciliana". Si noti che l'uso del futuro è recentemente talmente caduto in disuso che Leonardo Sciascia ebbe a dire: «Come volete non essere pessimista in un paese dove il verbo al futuro non esiste?»

Avverbi

-Di luogo:

  • Sotto: sutta
  • Sopra: supra, ncapu
  • Giù: jusu
  • Su: susu
  • : ddrocu (o ddrùacu)
  • Qua: ccà
  • : ddà
  • Dove: unni
  • Intorno: ntunnu
  • Dentro: dintra, rintra
  • Fuori: fora (o fùara)
  • Davanti: avanti, davanzi, navanzi, ravanzi
  • Vicino: vicinu/appressu (o apprìassu)
  • Lontano: arrassu/luntanu
  • Verso agghiri, ammeri
  • A fianco: allatu/attagghiu, dattagghiu, rattagghiu

-Di tempo:

  • Dopo: doppu
  • Prima: avanti, apprima
  • Ora: ora (o ùara)
  • Ieri: ajeri, aìari
  • Oggi: òi (o stainnata)
  • Domani: dumani (o rumani)
  • Quando: quannu
  • Mai: mai
  • Mentre: mentri
  • Fino: nzinu/nfinu

-Di quantità:

  • Abbastanza: bastanti
  • Quasi: casi, quasica
  • Meno: mmenu
  • Più: cchiù
  • Poco: picca
  • Quanto: quantu
  • Molto: assái
  • Tanto: tantu
  • Un pochino: anticchia

-Di maniera:

  • Come: comu, cuamu
  • Bene: bonu, buanu
  • Male: malu
  • Così: accussì
  • Circa: ammeri
  • Inutilmente: a matula
  • Di nascosto: ammucciuni
  • All'improvviso: a strasattu
  • A poco a poco, subdolamente: 'nzuppìlu

-Altri avverbi: Siccome, dunque, anche, avanti, in primis (prima di tutto), in mezzo, invece.

siccomu annunca macari avanti prìmisi mmenzu, mmiazzu mmeci, a locu di

Preposizioni

Le preposizioni semplici sono:
a cu n di pi nna nni nta ntra sinza supra sutta

Queste preposizioni possono essere usate anche come articoli determinativi:

Preposizione: + Articolo: lu = + Articolo: la = + Articolo: li = + Articolo: un =
a ô â ê ôn
cu cû / cô chî / chê c'un
di dû / dô dî / dê d'un
pi pû / pô pî / pê p'un
nna / nni nnô / nnû nnâ nnê / nnî nn'un
nta / nti ntô / ntû ntâ ntê / ntî nt'un
ntra ntrô ntrâ ntrê ntr'un

Congiunzioni

i/e, pure, pure, però, neanche, ancora, anche, ma, perché, seppure, invece
i/e puru sparti pirò mancu ancora videmma ma picchì sippuru mmeci

 

Frasi esempio

  • Se = Sì
  • No, Nonzi = No
  • Sabbinirica!, Assabbinirica!, Ciau! = Salve!, Ciao!
  • Ni viremu! = Ci vediamo!
  • Ni sintemu! = Ci sentiamo!
  • A biatu! = A presto!
  • Salutamu! = Arrivederci!
  • Grazzî assai! = Tante grazie!
  • Bon jornu = Buongiorno
  • Bona sira = Buonasera
  • Bona notti = Buonanotte
  • Pi faùri = Per favore
  • Ou! = Ehi!
  • Pi piaciri = Per piacere!
  • Mi scusassi = Mi scusi
  • Amunì! = Andiamo!, Forza!, Dai!
  • Amuninni = Andiamocene
  • Arreri!, Attorna! = Di nuovo!
  • Accura! = Attenzione!
  • Sapìddu... = Chissà...
  • Chi voli? = Che cosa vuole?
  • Parri sicilianu? = Parli siciliano?
  • Nun capisciu = Non capisco
  • Zìttiti!, Zìttuti! = Taci!, Sta' zitto!
  • Minchia! = Cazzo!

Wikipedia

La storia eruttiva dell’Etna dalla sua formazione ad oggi è stata ricostruita nella nuova carta geologica, alla scala 1:50.000, di recente pubblicata sull’Italian Journal of Geosciences la rivista ufficiale della Società Geologica Italiana e del Servizio Geologico d'Italia. Questo importante lavoro, realizzato da Stefano Branca e Mauro Coltelli dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Gianluca Groppelli del CNR–IDPA di Milano e da Fabio Lentini dell’Università di Catania, rappresenta lo sviluppo delle conoscenze scientifiche nel campo degli studi geologici e geocronologici degli ultimi 30 anni. In particolare, il lavoro della nuova carta geologica iniziato a partire dal 1990 nell’ambito del progetto di cartografia geologica nazionale (CARG) per la realizzazione del Foglio 625 Acireale (versante orientale dell’Etna) ha permesso di ricostruire le quattro fasi principali dell’evoluzione dell’attività eruttiva nella regione etnea.I dati della nuova carta geologica hanno permesso di ricostruire con estremo dettaglio la storia delle eruzioni sia effusive che esplosive degli ultimi 4.000 anni del vulcano Mongibello evidenziando come in epoca storica si è verificato il più grosso evento eruttivo di questo periodo avvenuto nel 122 a.C. quando un’eruzione esplosiva di magnitudo pliniana causò la ricaduta di uno spesso deposito piroclastico nel versante orientale dell’Etna con gravi danni per le aree coltivate e l’antica città di Catania che fu esentata dal pagare le tasse al Senato Romano per i successivi dieci anni. Nuove datazioni hanno permesso di definire l’età di tutte le colate laviche di epoca storica evidenziando che negli ultimi 2.000 anni solamente tre colate hanno raggiunto la costa Ionica durante l’epoca Medievale e ,successivamente, nel 1669 quando si è verificato il più grosso evento eruttivo degli ultimi 400 anni che ha causato la distruzione di numerosi paesi e villaggi e della porzione occidentale della città di Catania. Infine, la storia recente del vulcano ha evidenziato che dopo l’eruzione laterale del 1971 si è registrato un graduale aumento nella frequenza di accadimento delle eruzioni sia laterali che sommitali.

Sezione di Catania Osservatorio Etneo Piazza Roma, 2 95123 Catania, Italy Tel. +39 095 7165800 http://www.ct.ingv.it 

Lu Tistamento di lo porcu, in ottavi rimi recitati nni l’Accademia birnisca trattenuta nni la Palazzina di lu Signuri Marchisi di Villalba nni lu Carnivali di l’Annu 1837.

Il carnevale del 1837 a Villalba era percepito come un'evento speciale, liberatorio.  il paese usciva dall’epidemia di colera che aveva falciato tante vite umane e provocato gravi danni all’economia agraria al punto che i seminati resero due o tre sementi quando, di norma, ne rendevano da sei a otto. C’era, insomma, voglia di chiudere una pagina dolorosa e di ricominciare a vivere. Di qui l’allestimento di una cena a base di un grosso maiale nel salone della “Palazzina” di Palmieri, una grande fattoria, una robba, più che una residenza aristocratica, nei cui immensi granai venivano ammassate quattromila salme del migliore frumento prodotto in Sicilia. Alla presenza del marchese Niccolò, della consorte, la marchisina donna Beatrice Sammartino e Notarbartolo dei duchi di Montalbo, del decurionato al completo, del pretore, del dottore, dei preti, di amministratori, campieri e sovrastanti  viene aperto il testamento e il notaro (Ignazio Castrogiovanni, autore) ne dà lettura a vuci forti, a modu di trummetta.

Scusati si la nostra Accademia
A sintirsi stasira vi cunvita
Lu pregiu di lu porcu quali sia
Quantu la carni so duci e gradita.
Ma di stu porcu, chi porta allegria
Oh quantu, oh quantu è curta la so vita!
Dici, ed è veru lu siciljanu
Chi un annu dura porcu e capitanu


E tanti voti un si cumpisci l’annu
Pirch’appena arrivatu Carnivali
Tutti li porci a lu maceddu vannu
E nuddu si la sarva di ss’armali.
Misu in cappella stava già aspittannu
A mumenti la morti un gran majali
Dissi acc’aju di tempu stu mumentu
E’ giustu chi facissi testamentu

Mentru Zu ‘Ntoni stu pinzeri avia
truvannusi a passari p’accidenti
securu quannu fu Mesignuria
di dda unn’era attaccatu lu scuntenti.
Com’iddu appena s’addunau di mia,
dissi: Ora sì, ca murirò cuntenti!
Via, prestu, carta, pinna e calamaru,
prestu, lu tistamentu su Nutaru.


Nun putennu, e ‘un cridennumi nigari
a chist’attu precisu ed impurtanti,
mettu forgia cu pinni e calamari
comu fannu li zingari a l’istanti,
e comu in ‘mprescia avia fattu chiamari
li testimoni e foru ammia davanti
zu ‘Ntoni a lu meu latu s’assittau
e chistu testamentu m’addittau.

Dunque, un gran maiale, che il poeta chiama Zu Ntoni (zio Antonio, eufemismo forse derivato da Sant’Antonio, patrono dei suini) accortosi che stava passando il notaio, chiama i testimoni e detta il testamento.

Su Nutaru mi trovu schittuliddu
Pirchì barbaramenti cunnannatu
Di quann’era nfasciatu picciriddu
A stari nni lu santu cilibatu
N’avennu fighi pirciò tuttu chiddu
Ch’ammussati arrubbannu aju acquistatu
Liberamenti lu pozzu lassari
Accui voghiu, a l’amici, e a li cumpari.

Zu Ntoni è stato costretto con la violenza a subire il celibato, a rimanere schittuliddu (diminuitivo di schettu, celibe) essendo stato sottoposto alla castrazione al pari di altri suoi simili e, dunque, non avendo discendenti, decide di lasciare la sua eredità a tutta la piccola comunità villalbese. Ovviamente, la parte più pregiata di essa è destinata a li Civili, ed a la Nobilitati

 Pri cchiù fidi aj avutu li bunneri
stannu cu mia di sir’a e di matina
stricati ‘ntra lu fangu e lu fumeri
e cchiù di l’autri Ciccu Cutiddina.
Perciò ad iddu, a li figghi, e a la mugghieri
la vissica cci lassu cu l’orina.
E lassu pri rigordu a lu Minnicu
dda cosa ch’aiu sutta lu viddicu

Chi nni fussi però usufruttuariu
la sua vita duranti sulamenti
e mortu iddu nni sia proprietariu
Gaspanu Russu e li so discennenti,
ma ‘ncasu stu ligatu sia cuntrariu
e s’opponi a lu Codici vigenti
chi sia allura divisu in parti uguali
‘ntra Marcianò, Sciureddu e Cardinali.

 Ma si liti e cuntrastu succidissi
comu soli succediri a lu spissu
chistu ligatu locu nun avissi
pirchì abulitu lu fidicommissu
nni stu casu la cura nn’avissi
comu ‘ntrissato lu Minnicu stissu
ma provvisoriamenti sin’a tantu
chi si dicidi lu chi, comu e quantu.

Poiché Zu Ntoni ha avuto fiducia negli allevatori di suini, li vrunneri, che gli hanno fatto compagnia sera e mattina stricati ntra lu fangu e lu fumeri, a uno di loro, il suo carnefice, Ciccu cutiddina, ai figli e alla moglie lascia la vescica con l’orina, e un’altra persona soprannominata lu minnicu, il mendicante, sarà usufruttuaria di dda cosa ch’è sutta lu viddicu, la quale, in caso di morte, passerà al carceriere Gaspare Vusso, un ubriacone, e ai suoi discendenti. Se, però, dovesse nascere un contenzioso, essa sarà divisa in parti uguali tra i macellai del paese Marcenò Fiorella e Cardinale. Nel caso, poi, questo legato si rivelasse in contrasto col codice civile, dopo l’abolizione dell’istituto del fedecommesso, finchè non si deciderà il comu e il quantu, ne avesse cura come persona interessata lu minnicu stissu.

Li me ‘nziti, l’ugnedda, e li scagliuni
li lassu a tutti quanti li scarpara,
cu chiddu ch’è dintra lu vintruni
in parti uguali sia di li vuttara
pirchì sti mastri su veri ‘mrughiuni,
‘nni fannu scebba e la vinninu cara: 
Lassu la cuda cu l’annessi a l’anu
a Capizzi l’anticu Sagristanu.

Lu me sangu si sparta a li criati
e la cajula a tutti li nurrizzi
chi pri quannu a li festi su ‘nvitati
ci servi pri allisciarisi li trizzi.
Lassu li sunzi a tutti l’accasati
ca su boni pri farinni pannizzi.
E lassu lu vudeddu di lu culu
a don Pippinu ed a so frati ‘Nzulu

Cu pocu sciusciareddi la mitati
di l’amici mi l’aju allibirtatu;
ma li cosi cchiù megghi, e cchiù prigiati
ieu l’aju pri cumpenzu destinatu
a li civili ed a la nobilitati
chi a vuci ed a seu m’hannu cacciatu.
Ma mentri pigliu  punti a la quasetta,
già l’acqua vugghi e lu vucceri aspetta

Con poca fatica (cu pocu sciusciareddi) Zu Ntoni se la cava, accontentando la metà degli amici villalbesi ai quali lascia le parti non commestibili: li nziti (le setole),l’ugnedda e li scagliuni andranno ai calzolai, chiddu ch’è dintra lu vintruni ai bottai, imbroglioni, per farne scebba, cenere; la cuda ccu l’annessi all’anu toccherà all’antico sacrestano Capizzi, schieratosi dalla parte della Chiesa nella controversia col marchese per la nomina del cappellano sacramentale, il sangue alle cameriere, la cajula alle donne che allattano e il lardo a tutti gli accasati
 

A lu Signuri Marchisi, e marchisina
Pr’addimustrarci lu meu ver’affettu
‘Cci lassu di mia stessu na minzina
Unni ci su li trinchi cu lu flettu
E quant’abbasta pri la gilatina
Li costi la muddami, e lu vrischettu.
Ma lu pilu ch’addettu a la scupitta
Sia di lu su Filippu, e monsù Titta.

L’autru menzu, in eguali porzioni
Sia di li Galant’omini, e parrini
Cu l’espressa però obbligazioni
Chi cu torci addumati senza fini
Vinissiru tutti ‘ddà nprucissjoni
Unni mi purtirannu li bicchini
‘Ccu l’obligu ogni annu a Carnivali
Di farimi un sullenni funirali.

Un funerale in gran pompa, secondo la tradizione, che richiama quello che si celebrava in alcuni paesi della Sicilia durante i riti di carnevale per la morti di Carnalivari o di lu Nannu, parodia beffarda dei funerali dei potenti:

E voghiu ancora lu dovutu omaggiu
Chi lu meu corpu, comu cavaleri
Ben situgatu ni lu carriaggiu
Fussi a la manu di l’usceri
E pri furmari beni l’equipaggiu
A cavaddu ci sia lu Cancilleri
E lu Judici a pedi chianu chianu
D’appressu cu lu Codici a la manu.

A do Nneli Cipudda pri lu dannu
chi cc’aju fattu nni lu siminatu
ed a donna Maricchia passiannu
nni la villa cci l’aju assassinatu
e li megghi lignaggi tastiannu
ad un ad unu mi l’aju mangiatu.
Pri scurparmi in parti, e cchiù non pozzu
ci lasciu lingua, pedi e cannarozzu.

Si preoccupa anche di risarcire i danni provocati rovistando rovinosamente, alla ricerca di cibo, nel terreno seminato di don ‘Nneli Cipolla e nel podere di donna Maricchia; perciò pri scurparmi in parti, e cchiù nun pozzu / ci lassu lingua, pedi e cannarozzu.

Li beddi grossi e grassi mé rugnuni
ca si ponnu a ‘n’amicu rigalari
li lassu a don Giseppi Pantaluni
ch’è magru, ed ha bisognu di ‘ngrassari
e cci li lassu pri ‘n’autra ragiuni,
pirchì è schettu e si cerca d’accasari.
Produci stu ligatu un doppiu effettu
pricchì servi pri l’unu
e l’autr’oggettu.

A don Giuseppe Pantaleone, appartenente a una delle più ragguardevoli famiglie villalbesi, anch’egli schettu, ch’è magru, ed ha bisognu d’ingrassari, lascia i suoi bedi grossi, e grassi rugnuni, 

A lu fidatu me Cicciu Bonomu
ca si trova di friscu maritatu,
chi si manteni ‘m pedi e ‘un sacciu comu,
niscili, magru, siccu, ‘nciancianatu,
pri nun si scurdari mai di lu me nomu
stu rigordu cci lassu pri ligatu:
si la crapa a lu spissu si spirlicca,
lu latti manca e lu capicchiu sicca.

Il tono comico e canzonatorio che percorre il poemetto non risparmia il cancelliere Ciccio Bonomo, fidato amico del maiale, fresco sposo, ma niscili, magru, siccu, nciancianatu, tale da risuonare come cosa vuota. A lui lascia come legato la raccomandazione di essere cauto, di evitare gli abusi derivanti dai doveri coniugali, considerate le precarie condizioni fisiche, giacchè : Si la crapa a lu spissu si spirlicca lu latti ammanca e lu capicchiu sicca.

Lu Sinnacu, chi sempri la ruina
a mia e a la me razza ha priparatu
chi cu banni pinali e tammurina
fora di lu paisi m’ha mannatu,
di chist’ereditati mi purcina
miritiria d’essiri cassatu;
ma lu pirdugnu, e, pirchì è sgangateddu,
cci lassu lu me tenru ficateddu.

Al sindaco, che ha emesso ordinanze contro di lui e la sua razza, mettendoli al bando dell’abitato, meriterebbe di restare escluso dall’eredità, ma viene perdonato e, poiché è sgangateddu, gli lascia il suo tinniru ficateddu.

A lu ristanti di lu Giudicatu
mi li scurdavi e nun aju chi dari
di tuttu quant’avia m’aju spugliatu
ed autru nun mi resta di ligari
chi lu sulu vudeddu riganutu
ed a forza si nn’hannu a cuntintari.
E cu la cannilicchia e lu pirmuni
addubbu ‘mparti li Decuriuni.

Li schittuliddi avissiru pacenza
pirchì ad iddi nun aju chi lassari,
ma ci lassu la santa ubbidienza
chi schetti comu a mia si n’hannu a stari,
e chi facisssru esatta diligenza
‘ncasu ca si vannu a maritari.
Giacchì, datu lu mutuu cunsentu,
è tardu e ‘un giuva ‘cchiù lu pintimentu. 

Finalmenti a dispettu di cu sparra,
li mé vudedda e quantu dintra ‘cc’è,
ca sérvinu pri cordi di chitarra
li lassu tutti a mastru Piddu Rè.
Quantu cchiù sona, cchiù li toni sgarra
nni bemì, nn’alafà, delasorè.
Nun cc’è rimediu, lu ligatu è scrittu
chi ‘cci sia tuttu bonu e binidittu.

Revocu ogn’autra disposizioni
e vogghiu chi eseguita chista sia,
pirchì cunformi a chidda ‘ntinzioni
chi sempri ha statu nni la menti mia.
E pri nun c’essiri nudda occasioni
di ristari ligati pri la via
fazzu ed eliggiu fidicommissariu
lu riverennu mé patri Vicariu.

Viene ricordato nel testamento anche mastru Piddu Rè, pessimo musicante (quantu ‘cchiù sona ‘cchiù li toni sgarra) che accompagna con la chitarra le 2 canzoni cantate dall’allegra compagnia, a cui lascia, a dispettu di cu sparra, le sue budella e quanto esse contengono ca servinu pri cordi di chitarra. Per rendere più solenni le sue volontà, viene nominato esecutore testamentario il padre vicario, massima autorità religiosa del paese.  

Stu tistamentu è statu da mia scrittu
Tali e quali Zu Ntoni l’addittau
Liggennuccillu poi comè di drittu
D’avirlu ben capitu addichiarau.
Di cuntiniri quantu avia prescrittu
E la sua vuluntati ci truvau;
Si firmari sapia poi ‘ndumannatu
Da mia: rispusi d’essiri illetteratu.

La prisenti scrittura scritta, e letta
Di lu Marchisi nni la Palazzina
Distrettu, e Valli di Caltanissetta
E propriamenti nni ‘dda gran cantina
A vuci forti, a modu di trummetta
Appuntu a la sest’ura vespertina
Ed in fidi, a la fine si firmaru
Li tistimoni insemi a mia Nutaru.

Poemetto composto da:Notaio Ignazio Castrogiovanni(1780-1860) liberamente tratto da:SERGIO MANGIAVILLANO condirettore rivista Archivio Nisseno

La lunga tradizione celebratoria del carnevale deriva dalle  feste orgiastiche dei “misteri” dell’antichità, dai riti priapici, e dai saturnali latini che erano anche occasioni di sfrenamento e di liberazione, in  quei giorni, delle classi subalterne.

Nel Medioevo era un periodo di festa molto importante, uno spettacolo benvoluto dal sacro e volutamente profano che ben rappresentava le condizioni civili e politiche dei tempi. Anzi era molto più che una festa con manifestazioni in luoghi pubblici, specialmente nella società rurale, in cui si celebrava il trionfo e la morte diRe Carnevale, o con le rappresentazioni deicombattimenti di Carnevale e di Quaresima

 

Il  Carnevale, era tempo di licenze e di burle, fino a qualche decennio fa era vissuto in modo intenso e partecipato: era un rito carico di simboli condensati nel significato  di una festa che  segnava  il  passaggio  dal  tempo  consumato  alla  vita  del  tempo  rigenerato, un evento liberatorio. Così ne ricrea il clima  questa poesia : 

 

C’era ‘na vota lu Carnalivaru,

la sula panza pisava un cantaru!

E tuttu l’annu aspittava ‘sta festa

pi si scurdari li guai di ‘ntesta!

Guai e malanni: miseria vera

pani e cipudda, si puru cci ‘nn’era!

E tanti voti, mischinu, ma tanti…

si ci curcava cu ‘a panza vacanti!

Ma pi ‘sta festa ca veni a frivaru,

s’arricriava lu carnalivaru…!

E di sasizza s’inchiva la panza…

e cu lu vinu…cuddava ‘a sustanza!

Si imbracava cu tanta alligria

e patruni du munnu si sintia…!

Ma lu ‘nnumani finiva la festa

E ci mittivanu ‘a cinniri ‘n’testa! Angelo Barba.

Salsa d’uova (conza o riconzu)
Questo condimento è usato in alcune zone della Sicilia per condire pasta, verdure o carne, che vengono rimessi sul fuoco, o in forno, per il tempo necessario a far rapprendere le uova
Ingredienti per 4 persone:
  1. 2 uova
  2. pecorino grattugiato
  3. 1 ciuffo di prezzemolo (facoltativo)
  4. sale, pepe
Tempo di preparazione: 10 minuti

Sgusciate le uova in una ciotola; aggiungete il prezzemolo tritato, una presa di sale e una spolverata di pepe e battete tutto con una forchetta, fino ad ottenere un composto omogeneo. Unite pecorino a piacere e versate la salsa sulla pietanza calda.

 

Salmoriglio per carni e pesci arrosto.

Ingredienti per 4 persone:
  • 1 bicchiere d’olio extravergine d’oliva
  • origano sale e pepe
  • 2 limoni
  • peperoncino (facoltativo)
  • prezzemolo (facoltativo)
Tempo di preparazione: 15 minuti

Versate l’olio in una ciotola e aggiungete il succo di limone filtrato, una presa di sale, una spolverata di pepe e un pizzico di origano; poi, sbattete tutto con una forchetta fino ad ottenere una salsina omogenea.

Usato soprattutto sul pesce spada alla griglia. Per le preparazioni di pesce si unisce altresì del prezzemolo.

Variante: Il condimento può anche essere preparato aggiungendo agli ingredienti indicati 2 spicchi d’aglio tritati e mezzo bicchiere d’acqua e scaldando tutto per qualche minuto a bagnomaria.

Paté di pomodori secchi
 
Ingredienti per 4 persone:
  • 100 g di pomodori secchi
  • 1/2 bicchiere d’olio extravergine d’oliva
  • 1/2 cucchiaio di capperi sotto sale
  • pane casereccio
  • 1 ciuffo di basilico
Tempo di preparazione: 20 minuti

Sciacquate con cura i capperi in acqua corrente per dissalarli; poi, metteteli nel mixer. Aggiungete i pomodori secchi, le foglie di basilico lavate e asciugate e tritate tutto, fino ad ottenere un composto granuloso e omogeneo. Ammorbiditelo con l’olio, incorporato poco per volta, mescolando continuamente e usate il paté per condire fette di pane casereccio tostate.

La cipollata (cipuddada) è un piatto semplice da preparare; gustosa insieme al tonno in padella. Per pesci e pietanze fredde

Ingredienti per 4 persone:
  • 1/2 bicchiere d’olio extravergine d’oliva
  • 1 bicchierino d’aceto bianco
  • 2 cipolle
  • sale, pepe
 Tempo di preparazione: 10 minuti
 Tempo di cottura: 15 minuti

Affettate finemente le cipolle e lasciatele appassire dolcemente in padella con l’olio e 3 cucchiai d’acqua. Salate, pepate e versate l’aceto; poi, tenete sulla fiamma ancora per un minuto e spegnete. .

L’agghiata
è adatta a condire carne, pesce e verdure fritte da consumare freddi e può essere preparata utilizzando l’olio di frittura (ridotto a giusta quantità) della pietanza da insaporire.
Ingredienti per 4 persone:
  1. 3 spicchi d’aglio
  2. 1/2 bicchiere d’olio extravergine d’oliva
  3. foglie di menta (facoltativo)
  4. 1 ciuffo di prezzemolo
  5. 1/4 di bicchiere di aceto bianco

Tempo di preparazione: 10 minuti

Tempo di cottura: 7-8 minuti

 

Fate imbiondire gli spicchi d’aglio affettati in una padella con l’olio; versate l’aceto e lasciate parzialmente evaporare. A questo punto, incorporate le erbe tritate e condite la pietanza già pronta.


estratto di una Conferenza: tenuta a Roma da Mario Bernabò Silorata nel giugno 2011 per conto dell'associazione LUF

Molto si è scritto su Federico li di Svevia e molto ancora si scriverà su questo imperatore che fu folgore e tuono del medioevo, ma c'è un particolare aspetto della personalità di Federico Il, che è ancora poco conosciuto e poco studiato; ossia il suo dialogo e la sua amicizia con il mondo musulmano, nonché la sua profonda tolleranza verso le altre religioni del grande Libro. Pochi si sono chiesti a cosa fosse dovuta la sua amicizia con le dottrine coraniche e con i musulmani. Sulla sua personalità molto influirono i suoi contatti con i maestri arabi dai quali apprese a prendere per guida la ragione in ogni cosa, il segreto dei numeri, l'alchimia, certe norme igieniche e salutari, e forse anche il mistero della pietra filosofale, come si può intuire dalla magica costruzione di Castel del Monte.  casteldelmonte pianta

Federico studiò dialettica con un musulmano di Sicilia, il quale lo seguì anche alla crociata e lo accompagnò sino a Gerusalemme come maestro di logica; nelle sue lettere al mondo arabo Federico iniziava sempre con la formula "Basmalah"ossia "In nome di Allah misericordioso e clemente";  alcuni dei suoi migliori amici, con i quali tenne una lunga corrispondenza, erano esponenti del mondo musulmano, come il grande saggio Ibn Sab'i'n di Murcia ( + 1270), vero campione della scolastica musulmana, la cui reputazione era così vasta e profonda che lo stesso pontefice dovette riconoscere che tra i musulmani nessuno conosceva Dio meglio di lui.

Nota è inoltre la sua lunga e fraterna amicizia con l'emiro Fakhr-ad-Din, che Federico nell'autunno del 1227 nominò cavaliere. consentendogli anche di fregiarsi dei simboli imperiali.

La sua sete di conoscere e il suo desiderio di vivere in pace e in armonia con il mondo arabo spinsero i suoi emissari fino all'Indostan, fu amico del sultano di Damasco e del sovrano del Marocco, aprì trattative e rapporti commerciali con i vari sultani d'Oriente. Nel 1231 firmò un trattato con Abou Zak, re di Tunisi, in cui, tra l'altro, veniva consentito ai musulmani di Pantelleria di essere governati da un loro anziano, nominato direttamente dall'Imperatore.

alkamil_federicoFederico II era molto stimato dai musulmani sia per la sua conoscenza della dialettica araba, sia per la sua rara eloquenza, sia per la sua immensa e stupefacente cultura, sia infine per le sue opinioni ben poco ortodosse sulla religione cattolica, come riporta l'antico storico egiziano al-Maqrizi: per non parlare poi del suo grande capolavoro che fu la crociata diplomatica in Terrasanta, senza spada, senza spargimento di sangue, definita dal Gregorovious un capolavoro d'arte Politica; il magnifico accordo con il sultano d'Egitto, Malek al-Kamil, uomo moderato e magnanimo e suo grande amico, che anni prima aveva conosciuto San Francesco d'Assisi.

Un accordo condotto con uno spirito di tolleranza del tutto ignoto a quei tempi. Un accordo inconcepibile alla civiltà cristiana del XIII secolo che si divertiva a mandare al rogo e nel vedere bruciare gli eretici . Un accordo grazie al quale cristiani e mussulmani potevano andare liberamente a pregare negli stessi luoghi. 

Quell'accordo purtroppo, sollevò un polverone di proteste e di accuse da parte guelfa e da parte della Chiesa naturalmente, fino al punto di dichiarare Federico miscredente e traditore della fede, accusandolo di essere "un discepolo di Maometto" e questo solo perché aveva riconosciuto parità di culto ai musulmani di Gerusalemme.

Anche da parte degli integralisti arabi non mancarono le critiche a quell'accordo, dagli stessi definito come: uno degli episodi più disastrosi nella storia dell'Islam.

Federico aveva capito che i luoghi sacri di Gerusalemme, tanto cari ai cristiani, erano altrettanto cari e sacri alla mente e al cuore dei musulmani. E quindi, con una mossa inaudita per quei tempi e per quelle mentalità, mutò  il fronte d'incontro tra Occidente e Islam; da un fronte di opposizione e di scontri armati come le crociate, in uno scambio di pensieri, di idee, di libri, il tutto improntato a un vero spirito di fratellanza; e così con un'abile manovra di pacificazione come imperatore dei cristiani, grande amico dei musulmani riportò la Terrasanta anche se solo per dieci anni e qualche mese, al mondo cristiano, senza dover ammazzare gli infedeli, ma trattandoli da amici: Pace e amicizia con l'Islam. Così pensava, così fece, quel grande spirito libero, il genio fra gli imperatori tedeschi, Federico II - come scrisse il filosofo Nietzsche che aveva capito la grandezza dello Stupor mundi.

E così Federico II scomunicato nel settembre 1227 da un papa ostile, perché indugiava a partire per la Terrasanta  fu poi dallo stesso Papa duramente attaccato perché era partito per la crociata da scomunicato!

In realtà  il Papa si rendeva conto che una crociata condotta e vinta da un imperatore avrebbe portato a una dominazione imperiale in tutto il Mediterraneo e temeva molto il dominio degli Svevi, specie il carisma di Federico II.

Federico grazie al suo dialogo con l'Islam e senza colpo ferire, quasi facendo suo il pensiero di Gioacchino da Fiore, secondo il quale il pericolo dell'Islam non doveva essere debellato con le armi in pugno, riuscì a risparmiare tanti morti e tanta vergogna al mondo cristiano delle crociate, ottenendo più vantaggi di quanto non poterono fare l'abilità di  un Filippo di Francia o l'ottuso eroismo di un Riccardo Cuor di Leone, che per vendetta fece decapitare tremila prigionieri davanti alle truppe del Saladino. Purtroppo, per la Chiesa del XII secolo, la vita dei non credenti (i musulmani in questo caso, come pure tutti coloro che erano considerati eretici) non aveva alcun valore "le glorie cristiane stavano alla morte dei pagani" diceva la Chiesa.

Federico non aveva pregiudizi razziali o religiosi, tutti erano suoi amati sudditi. Accolse persino gli ebrei nel regno ed a corte, anche se nei decreti del 1221 a Messina - tanto per ingraziarsi il Papa - aveva sancito  che gli ebrei dovevano portare un segno distintivo sulla veste e dovevano farsi crescere la barba per poter essere riconosciuti, ma non furono mai perseguitati. L'idea di portare quel segno sull'abito si deve inizialmente ai musulmani. Il famoso segno d'infamia (il cerchio giallo) nacque fra i musulmani orientali che nel secolo undicesimo lo imposero sia ai cristiani sia agli ebrei (si veda la Carta di Alais del 1200). Poi nel 1254 la Chiesa con il Concilio di Albi lo impose agli Ebrei come pure con il Concilio di Ravenna nel 1311. Nel XV secolo a Napoli fu imposto dalla Chiesa agli ebrei il segno del Tau (una lettera dell'alfabeto ebraico) ma già fin dal IV secolo la Chiesa con il Concilio di Elvira aveva proibito il matrimonio tra cristiani ed ebrei!

Federico aveva permesso agli ebrei di ricostruire le sinagoghe che erano andate in rovina, di costruire le proprie case su un terreno all'esterno dell'Alcazar di Palermo, e di poter vivere in qualsiasi zona volessero; non solo, ma li difese sempre dalla mentalità cristiana dell'epoca, proibendo qualsiasi coercizione o violenza nei loro confronti.

In compenso, gli ebrei di Gerba contribuirono allo sviluppo del Regno, introducendo in Sicilia la coltivazione del'anile (pianta del genere indigofera da cui si estrae l'indaco) e di altre piante esotiche allora sconosciute. Non solo ma con gli ebrei arrivarono anche i grandi traduttori, molto apprezzati a corte, tra cui Jacob Salomon che, con la loro opera di traduttori contribuirono in gran misura a far conoscere le opere di Avicenna, Averroè  e  Maimonide  dando un notevole impulso alla conoscenza.

Federico non era affatto un uomo semplice; in lui coabitavano felicemente il sentimento  cavalleresco germanico  e lo spirito arabo, un orgoglio sfrenato e un grande equilibrio umano.  Dal nonno Barbarossa aveva ereditato il fascino, l'esuberanza, la grandezza morale, dal padre Enrico VI, la fermezza, la determinazione, il senso della politica, dalla madre, la dolcezza orientaleggiante dei Normanni. Con una simile ascendenza si era realizzata in lui la sintesi ideale e stupenda di un mondo superiore, di una sfera intellettiva che andava ben oltre la mentalità del suo tempo. Questo suo carattere non poteva non inquietare  la Chiesa e apparire anche scandaloso. Come cristiano, infatti, tendeva allo scetticismo.

Il suo atteggiamento nei confronti di certe dottrine risente della filosofia araba e si conferma nell'antico detto dei Sufi, secondi i quali:

 la salvezza non si ottiene digiunando, ne indossando particolari vesti, né flagellazioni. Queste sono superstizioni e ipocrisie. Dio ha fatto tutto puro e santo, l'uomo non ha bisogno di consacrarlo 

(lo stesso concetto lo troviamo anche nell'apostolo Paolo, si veda l'Epistola ai Colossesi 2:16, 20:22).

Federico aveva il culto della giustizia, e sulla giustizia impiantò il vero concetto di libertà, uno spirito di giustizia che lo portava a odiare l'oppressione dei poveri a opera dei ricchi. Fu Federico;  che istituì la defensa. Trattasi di una norma sancita nella Costituzione di Melfi nel 1231, non molto conosciuta dagli storici e quasi sconosciuta ai giuristi. Consisteva nell'invocare il nome dell'Imperatore, e ogni tipo di sopraffazione, violenza o angheria  in atto doveva immediatamente cessare, altrimenti  l'aggressore sarebbe incorso in pene estremamente severe.

Come sovrano e imperatore Federico non ebbe una vita facile visse in una continua provocazione che si trasformò  in un titanico aspro duello contro quelle potenze così retrograde. Promosse leggi mirabili, creò il culto della giustizia, innalzò templi alle virtù e alla cultura, scavò fosse profonde nella mentalità ottusa di quell'epoca, cercò e realizzò  un avvicinamento pacifico con l'Islam proprio nel nome di quel Dio che è comune a tutti; come uomo, anche se visse come un sultano battezzato - come dicevano i cronisti del tempo - diede un impulso straordinario alla cultura formò una corte quasi rinascimentale, riuscì a valicare i limiti del suo tempo e ritrovare la chiave smarrita della conoscenza antica.

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