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L’impresa dei Mille, assurta a mito simbolico del processo dell’unificazione  italiana,  include  tra  molte  pagine  luminose  alcune  ombre. 


sbarchi dei milleQuando l'11 maggio del 1860 il generale Giuseppe Garibaldi sbarcò con i Mille nel porto di Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l'appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie. Pertanto, più che come mero liberatore dalla tirannide borbonica, si propose alle masse nelle vesti di paladino della giustizia sociale, promettendo la quotizzazione delle terre dei demani comunali, che sarebbe stata disposta da un decreto dittatoriale – tardivo e inapplicato – il 2 giugno1860, accendendo esplosive aspettative popolari e conflitti in seno a molte comunità rurali. Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto nel quale prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre.

Nell'entroterra siciliano si erano, dunque, accese molte speranze di riscatto sociale da parte soprattutto della media borghesia e delle classi meno abbienti.  

Il 17 maggio 1860, Alcara fu interessata da una rivolta contadina che ha anticipato quella simile e più famosa di Bronte (e ad altre avvenute in vari centri della Sicilia nord-orientale, come Caronia e Francavilla). I braccianti esasperati da condizioni di vita disperate, nutrendo aspettative di riscatto e giustizia sociale per la notizia dell'imminente arrivo dei garibaldini, assaltarono il "casino dei nobili"trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un bambino. I garibaldini, sopraggiunti, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati. L'episodio è al centro del capolavoro dello scrittore Vincenzo Consolo, "Il sorriso dell'ignoto marinaio" e si presta al dibattito sul carattere più o meno popolare del Risorgimento e sui rapporti tra gli avvenimenti storici e la realtà degli strati più bassi della popolazione meridionale.

L’insurrezione di Alcara Li Fusi, al tempo Alcara Valdemone, la prima e la più cruenta tra le sommosse popolari e contadine che sarebbero presto scoppiate in molti distretti dell’Isola, insurrezione di cataniatutte duramente represse, vide infranto il sogno di riscatto maturato in una realtà caratterizzata dal latifondo e dall'arbitrio, nella quale le condizioni dei lavoratori della terra ricordavano quelle dei servi della gleba. 

Nel territorio di Alcara i latifondi erano posseduti da un notabilato che, grazie alla legge sull'eversione della feudalità del 1812, più che frazionarli, aveva persino accresciuto i propri possedimenti. In questo quadro, accadde che «il 16 maggio del 1860 in Alcara Li Fusi, arrivò la notizia del vittorioso inizio dell’impresa dei Mille in Sicilia per abbattere il Regno Borbonico dell’Italia meridionale e costruire l’unico Stato italiano. E subito un folto gruppo organizzò per il giorno seguente 17 un’esaltante manifestazione preceduta dalla bandiera tricolore.  
Al termine alcuni  congiurati  improvvisamente  e  tragicamente  eliminarono  tutti  gli amministratori che avevano aderito al corteo, ma erano filo borbonici: undici morti ammazzati, sindaco in testa»decreto garibaldi

Al  fine  di  sintetizzare  l’episodio  nei  punti  salienti,  occorre  ricordare come i diseredati delle campagne alcaresi, alla notizia dell’arrivo imminente di Garibaldi,  avessero sperato davvero che fosse giunta l’ora della riscossa; fecero riunioni segrete, reperirono armi per la rivolta e, all'alba del 17 maggio, issate le bandiere tricolori, al grido di viva Garibaldi, viva Vittorio Emanuele e viva l’Italia, si riversarono nelle strade. Il corteo  mosse fino alla  piazza di fronte al luogo di riunione dei cosiddetti civili; la rabbia dei contadini  esplose,  e  undici  persone  furono  trucidate,  tra  cui  il  sindaco, Giuseppe Bartolo, il figlio, Ignazio, e il nipote, Salvatore. In buona sostanza, si cancellò una genia, fatto che non può essere attribuito a una tragica fatalità. I contadini, che avevano bisogno di un capo, si rivolsero all'astuto avvocato  Manfredi  di  Bartolo,  ricco  proprietario  e  nemico  giurato  della famiglia del sindaco, che strumentalizzò la rivolta per condurre in porto la sua faida personale in modo ambiguo, lasciando, solo apparentemente, ad altri  il  controllo  della  situazione.  I  rivoluzionari  governarono  il  paese  per poco  più  di  un  mese;  il  24  giugno  il  colonnello  garibaldino  Giovanni  Interdonato con  un  manipolo  di  uomini,  giunse  a  sedare  la  ribellione. Interdonato non si pose in contrapposizione ai rivoltosi; convocati i capi del movimento, si fece rendere le armi senza incontrare resistenza. Subito dopo, però,  li  fece  arrestare  e  conferì  a  Don  Luigi  Bartolo  Gentile  il  potere  di amministratore locale. Questi, provvide all'arresto anche di quei congiurati lasciati liberi perché solo marginalmente implicati nella sommossa: più che la giustizia, scattò la vendetta, e si trattò d’una vendetta controrivoluzionaria  e  conservatrice,  che  tradì  insieme  allo  sciagurato,  e  confuso,  progetto popolare, anche ogni presupposta ventata di novità e di giustizia sociale che si ipotizzava connotasse la stagione garibaldina. La Commissione Speciale del Distretto di Patti, composta da soli borghesi,  incaricata di giudicare i fatti, operò in effetti per vendicare l’offesa – in tutti i sensi mortale – che i cafoni si erano permessi di arrecare ai civili, e il 18 agosto emise sentenza di morte per ventisei persone e sette condanne a venticinque anni. Metà delle previste esecuzioni fu eseguita per evitare che l’intervento del Generale bloccasse la commissione. Garibaldi difatti con una prima ‘riservata’ del 3 luglio, aveva ordinato di non celebrare processi per qualsivoglia reato senza che prima si fossero ricevuti degli ordini, e, con disposizione del 24 luglio, che prima delle esecuzioni si attendessero comandi ulteriori del Segretario di Stato per la Giustizia e, infine, che qualora vi fossero più di tre condannati a morte, si sospendesse per gli altri l’esecuzione della pena. Ma, dal momento che l’intento era punire in modo esemplare quello che era considerato un delitto di classe, ben dodici persone furono giustiziate senza indugi; subito dopo, la Commissione comunicò al Segretario di Stato competente per il ramo penale che le altre condanne non erano ancora state eseguite e che si affidava alla clemenza del Dittatore per commutarle in trent'anni di carcere, istanza che venne accolta. Degno di nota è il fatto che proprio Don Manfredi, presunto istigatore dell’eccidio, non figurasse tra condannati.

Infine, il 24 novembre 1860, la Gran Corte Criminale di Messina emise una sentenza assolutoria per i tumulti di Alcara. Molti dei carcerati e dei latitanti avevano difatti presentato ricorso, chiedendo che venisse applicato il decreto del Dittatore del 21 agosto 1860, in forza del quale non si potesse dar corso all'azione penale contro i reati ‘politici’ commessi mentre perdurava l’‘occupazione’ borbonica. Lo stesso Interdonato, divenuto giudice a Messina, con una requisitoria scritta, chiese l’annullamento della sentenza emessa dalla Commissione Speciale di Patti, e che i reati commessi ad Alcara venissero rubricati come reati politici. La sentenza della Gran Corte suscitò una aspra reazione da parte dei civili; infine, i condannati liberati vennero esiliati per evitare il riesplodere di sanguinosi conflitti. Le idee di rivolta erano praticamente azzerate. Altro che terra ai contadini! I vinti di sempre, non solo non ebbero nemmeno un muccaturi di terra, ma subirono una damnatio memoriae, gabellati come «i sissantara», ovvero coloro che nel Sessanta si erano macchiati di atroci delitti.

Nel  fatidico  1860,  in  effetti,  Garibaldi  fu  «il  cerino  sulla  paglia,  ma  la fiammata durò poco, ché i siciliani si accorsero presto di essere stati usati: persero i privilegi di cui godevano con i Borbone, il tenore di vita crollò; le tasse si moltiplicarono: per i sindaci che non le riscuotevano e per quelli che si dimettevano per evitare di riscuoterle, fu sancita la condanna a morte (la soluzione per tutto!), le casse pubbliche svuotate; fu imposta, con fucilazioni in massa e rappresaglie per interi paesi la leva militare obbligatoria, che prima non c’era. E l’isola tornò a insorgere non solo a Bronte, e non solo a Bronte Nino Bixio risolse con stragi liberatrici e patriottiche»

nino bixioBixio, cui era demandato il controllo dell’ordine pubblico, si erse, difatti, a  duro  repressore  e  «dopo  Bronte,  Randazzo,  Castiglione,  Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma nessuno osò più muoversi» Bixio che nel suo epistolario aveva scritto: «Che paesi! Si potrebbero chiamare dei veri porcili! S’io dovessi  vivere in queste regioni preferirei di bruciarmi la testa […]. Questo insomma è un  paese  che  bisognerebbe  distruggere  o  almeno  spopolare  e  mandarli  in Africa a farli civili» Questa era l’opinione di uno dei leader dell’epopea garibaldina.

proclama bixioLa vicenda di Bronte, ricordata da Gaetano De Maria come speculare a quella Alcarese è stata oggetto di uno dei film-documentario della cinematografia Italiana ,  alla  cui  sceneggiatura  collaborò  Leonardo Sciascia. A parte la riedizione della preziosa cronaca di Benedetto Radice, fonte altresì citata dal De Maria, proprio a Sciascia si devono preziosi contributi per cogliere la sostanza degli eventi: «Io sarò in Bronte per la fucilazione e poi ci vedremo a Randazzo, scriveva Bixio al comandante Dezza: era l’8 di agosto del 1860. Il 6 era entrato in Bronte; l’8 parlava già di fucilazione, ancor prima che avesse inizio il processo; il 9, all’alba, raccomandava  ai  giudici  celerità  e  severità  e  partiva  per  Regalbuto,  a  reprimervi  la rivolta;  nel  primo  pomeriggio  dello  stesso  giorno  tornava  a  Bronte  per  la fucilazione, che venne stabilita, con un proclama affisso alle cantonate, per l’indomani alle 8 al piano detto di San Vito»

In quell’estate del 1860, la promessa non mantenuta della distribuzione delle terre scatenò ribellioni e risentimenti  destinati a lasciare per sempre il segno sui rapporti tra la Sicilia e il Regno d’Italia. Quando ai notabili che Crispi aveva reintegrato nei consigli civici si contrappose l’ala radicale, che reclamava  l’immediata  divisione  dei  demani  comunali  e  appoggiava  le rivendicazioni  popolari  occupando  le  terre,  come  accadde  non  solo  ad Alcara e a Bronte, ovunque le tensioni – destinate a ripetersi – furono dello stesso tipo.

Il ceto civile aveva compiuto il suo gioco di prestigio, e operato simultaneamente la ‘controrivoluzione preventiva’ e il «passaggio al tricolore»

Fonte:Archivio storico Messinese- rassegna:Rivolte e repressioni: fra le pagine scure dell’epopea garibaldina.Rosamaria Alibrandi

Ettore Majorana (Catania, 5 agosto 1906 – Italia, 27 marzo 1938 (morte presunta) o in località ignota dopo il 1959 è stato un fisico italiano. Operò principalmente come teorico della fisica all'interno del gruppo di fisici noto come i "ragazzi di via Panisperna": le sue opere più importanti hanno riguardato la fisica nucleare e la meccanica quantistica relativistica, con particolari applicazioni nella teoria dei neutrini. La sua improvvisa e misteriosa scomparsa suscita, dalla primavera del 1938, continue speculazioni riguardo al possibile suicidio o allontanamento volontario, e le sue reali motivazioni, a causa anche della sua personalità e fama di geniale fisico teorico.


Ettore Majorana, penultimo di cinque fratelli, nacque a Catania in via Etnea 251 il 5 agosto del 1906 da Fabio Massimo Majorana (1875-1934) e da Dorina Corso (1876-1965). Il nonno di Ettore, Salvatore Majorana Calatabiano (1825-1897), era stato deputato dalla nona alla tredicesima legislatura nelle file della sinistra storica, due volte ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio nel primo e terzo governo Depretis (1876-1879) e senatore del Regno d'Italia nel 1879. Il padre Fabio, ultimo di cinque fratelli, si era laureato a diciannove anni in Ingegneria e quindi in Scienze fisiche e matematiche. Gli altri quattro erano Giuseppe, giurista, rettore e deputato, nato nel 1863; Angelo, statista, 1865; Quirino, fisico, 1871; Dante, giurista e rettore universitario, 1874. Gli altri fratelli di Ettore erano: Rosina, Salvatore, dottore in legge e studioso di filosofia; Luciano, ingegnere civile, specializzato in costruzioni aeronautiche si dedicò alla progettazione e costruzione di strumenti per l'astronomia ottica; Maria, diplomata a pieni voti in pianoforte al Conservatorio Santa Cecilia. Il figlio di Salvatore, Ettore Majorana jr., nato dopo la sua scomparsa, ha intrapreso la carriera di fisico come lo zio omonimo, presso l'Università La Sapienza di Roma. Ettore fu praticamente un bambino prodigio rivelando una precocissima attitudine per la matematica, svolgendo a memoria calcoli complicati fin dall'età di 5 anni e inoltre si dedicò allo studio personale della fisica, disciplina che sin da piccolo lo affascinava. Alla sua educazione sopraintese (sino a circa nove anni) il padre. Ettore terminò le elementari e successivamente il ginnasio (completato in soli quattro anni) presso il collegio "Massimiliano Massimo" dei Gesuiti a Roma. Possedeva anche un'ottima cultura umanistica in letteratura (apprezzava molto il conterraneo Luigi Pirandello) nonché un raffinato senso dell'umorismo e dell'ironia, acuto nelle osservazioni e nei discorsi di cultura generale. Quando anche la famiglia si trasferì a Roma nel 1921, continuò a frequentare l'istituto Massimo come esterno per il primo e secondo anno del liceo classico. Frequentò il terzo anno presso l'istituto statale Torquato Tasso, e nella sessione estiva del 1923 conseguì la maturità classica. Terminati gli studi liceali Ettore si iscrisse alla facoltà d'Ingegneria. Fra i suoi compagni di corso vi erano il fratello Luciano, Emilio Segrè, Enrico Volterra.

fonte:Wikipedia

È il 1937, Enrico Fermi lo va a trovare per convincerlo a partecipare al concorso per la cattedra di Fisica teorica bandito dall’Università di Napoli. Majorana prima non ne vuol sapere, poi accetta.

L’esito degli esami è scontato, vince e diventa professore. Ama Napoli. Nelle poche lettere che scrive alla famiglia, indugia su aspetti apparentemente irrilevanti. In una missiva, per esempio, fa sapere che avrà la possibilità di vedere hitler, dalla finestra del suo appartamento, in occasione della visita a Napoli del dittatore tedesco. Nei primi mesi del 1938, si presenta alla Chiesa del Nuovo Gesù, a Napoli, per informarsi su ciò che bisogna fare per essere ammessi a compiere esperienze di meditazione religiosa.

A una sua allieva, poi, consegna alcune cartelle contenenti fogli con degli appunti, purtroppo destinati a scomparire in circostanze mai chiarite. Subito dopo sparisce. Ma prima scrive lettere di commiato dirette alla famiglia e al direttore dell’Istituto di fisica dell’Università di Napoli. Si arriva così al giorno dell’imbarco sulla nave diretta in Sicilia e alla drammatica lettera che precede la partenza.

Il giorno dopo, Majorana scrive da Palermo al professor Carrelli, direttore dell’Istituto di fisica dove egli insegna: «Il mare non mi ha voluto». Si lascia, poi, andare a considerazioni che fanno riflettere: «Non mi considerare una ragazza ibseniana, il caso è differente». Questa volta sparisce, senza lasciare alcuna traccia. Quella mente fervida ma dilaniata dai pensieri che fine ha fatto?

L’ipotesi più probabile, quella che Majorana abbia voluto farla finita con la vita, è quasi sempre scartata da quelli che l’hanno conosciuto o hanno seguito i percorsi mentali che lo portavano lontano dalla ricerca scientifica. Perché questa ipotesi è sembrata più plausibile di quella del suicidio? Semplice, lo scienziato catanese scrive lettere d’addio a parenti e amici ma si preoccupa di rinnovare la validità del passaporto e ritirare il denaro depositato in banca. Chi vuole uccidersi non si comporta così. E allora?

Ipotesi, sospetti e supposizioni rimbalzano nello scenario delle investigazioni che, malgrado gli sforzi, restano senza esito.
C’è chi crede di averlo incontrato in Argentina, anonimo ingegnere con un nome di copertura. Altri sono certi di riconoscerlo in un barbone che, negli anni ’50, viveva a Mazara del vallo. Colpisce la capacità di insegnare matematica e fisica ai giovani.
La sua scomparsa, tuttavia, coincide con i cupi tempi della guerra. Mussolini è interessato al suo caso. I servizi segreti pure. Chi ha avuto interesse a metterlo a tacere per sempre? Quale potenza nemica ha pensato di rapire lo scienziato che annotava le sue portentose intuizioni sulle scatole delle sigarette?
Lo ha costretto a lavorare in incognito? ha preferito togliere di mezzo chi poteva assicurare all’Italia un’arma spaventosamente micidiale?
È lui il grande fisico del quale si parla nel processo di Norimberga come principale consigliere di hitler e del quale nessuno ha dichiarato di conoscere l’identità? C’è stato anche chi ha sussurrato un nome, Klingsor, nome di comodo per mascherare lo scienziato siciliano.


Ma forse si è chiuso in un convento per allontanarsi dalle tentazioni del mondo. Leonardo Sciascia, in un libro, ha lanciato questa ipotesi, affascinante, mistica ma priva di basi, come tutte le altre. 

fonte:Sicilia segreta e misteriosa di Salvatore Spoto

La strage di Portella della Ginestra fu l'eccidio di lavoratori che avvenne in località Portella della Ginestra, in provincia di Palermo, il 1º maggio 1947.


Il 1º maggio 1947, nel secondo dopoguerra, si tornava a festeggiare la festa dei lavoratori, spostata al 21 aprile, ossia al Natale di Roma, durante il regime fascista.
Circa duemila lavoratori della zona di Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato e San Cipirello, in prevalenza contadini, si riunirono in località Portella della Ginestra, nella vallata circoscritta dai monti Kumeta e Maja e Pelavet, per manifestare contro il latifondismo, a favore dell'occupazione delle terre incolte e per festeggiare la vittoria del Blocco del Popolo nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, svoltesi il 20 aprile di quell'anno e nelle quali la coalizione PSI - PCI aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti) contro i soli 21 della DC (crollata al 20% circa).

Improvvisamente dal monte Pelavet partirono sulla folla in festa numerose raffiche di mitra, che si protrassero per circa un quarto d'ora e lasciarono sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e ventisette feriti, di cui alcuni morirono in seguito per le ferite riportate.Nel mese successivo alla strage di Portella della Ginestra, avvennero attentati con mitra e bombe a mano contro le sedi del PCI di Monreale, Carini, Cinisi, Terrasini, Borgetto, Partinico, San Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto un morto e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dal bandito Salvatore Giuliano che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.

La CGIL proclamò lo sciopero generale, accusando i latifondisti siciliani di voler “soffocare nel sangue le organizzazioni dei lavoratori”.

Solo quattro mesi dopo la tesi ufficiale fu: che a sparare a Portella della Ginestra e a compiere gli attentati contro le sedi comuniste erano stati gli uomini del bandito separatista Salvatore Giuliano, ex colonnello dell'E.V.I.S. .
Il rapporto dei carabinieri sulla strage faceva chiaramente riferimento ad "elementi reazionari in combutta con i mafiosi". Sul movente dell'eccidio furono formulate alcune ipotesi già all'indomani della tragedia. Il 2 maggio 1947 il ministro dell'Interno Mario Scelba intervenne all'Assemblea Costituente, affermando che dietro all'episodio non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva essere considerato un fatto circoscritto.

Il processo iniziato nel 1950, dapprima istruito a Palermo poi spostato a Viterbo per legittima suspicione, si concluse nel 1953,  con la conferma della tesi che gli unici responsabili erano Giuliano (ormai ucciso il 5 luglio 1950, ufficialmente per mano del capitano Antonio Perenze) e i suoi uomini, che furono condannati all'ergastolo.
Durante il processo, il bandito Gaspare Pisciotta, oltre ad attribuirsi l'assassinio di Giuliano, lanciò pesanti accuse contro i deputati monarchici Giovanni Alliata Di Montereale, Tommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso ed anche contro i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba, da lui accusati di aver avuto incontri con il bandito Giuliano per pianificare la strage di Portella della Ginestra: tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage

fonti:Wikipedia

Portella della ginestra :  strage di stato ?

 

 

 

La Sicilia al pari della Mesopotamia è stata protagonista delle vicende che hanno portato alla nascita dell'agricoltura circa 10.000 anni avanti Cristo. 


Acireale

In siciliano è semplicemente Jaci (dal greco Akùs, penetrante), riferito alle fredde acque del fiume Aci, poi coperto dalle lave dell’Etna.

Gli abitanti Acesi; in siciliano, Jacitani.

Martirio san sebastiano vasta
Giosuè Carducci, parlando della Sicilia nelle sue Primavere Elleniche ha scritto:

«Sai tu l’isola bella, a le cui rive
 manda Jonio i fragranti ultimi baci
nel cui sereno mar Galatea vive
e sui monti Aci?»;

e l’accademico di Francia Renato Bazin, avendola visitata nel 1891, nei suoi Bozzetti italiani ha definito Acireale

«cittadina oltremodo affascinante, la più dolce che mi sia stato dato di incontrare in Sicilia».

Nel 1642 Filippo IV, re di Spagna, onorò Aci del titolo di “Fedelissima”, e la dichiarò «città a lui particolarmente cara». Da allora Aci si è chiamata “Acireale”; ma, quando il re ebbe bisogno di soldi, non esitò a venderla al migliore offerente, come accadde nel 1656.
Acireale, piazza del duomo

Il primo fenomeno di capitalismo borghese nell’isola si è verificato ad Acireale; e che gli acesi siano stimati danarosi, è dimostrato dal detto popolare che suona: E sordi, cci dumanni ’e Jacitani! («Se hai bisogno di soldi, chiedili agli acesi!»).

LA LEGGENDA DI ACI E DI GALATEA

La bellissima ninfa Galatea e il pastorello Aci si amavano teneramente; ma il ciclope Polifemo, poiché Galatea aveva respinto le sue profferte amorose, schiacciò Aci con un enorme masso. In realtà, si tratta di un fatto vulcanico, con le lave dell’Etna che ricoprono un fiume; ma Acireale, Piazza Duomo la delicata leggenda ha ispirato un efficace gruppo marmoreo,opera dello scultore acese Rosario Anastasi (1806-76), che si ammira nel bel Giardino pubblico della città.

LE QUATTRO SULTANE DI ACI

Quattro ragazze del litorale acese, tra le molte rapite dai corsari turchi tra il XVI e il XVII secolo, ebbero straordinarie avventure.Ebbero nome Stella, Venera, Rosalia e Rosa; di esse la prima, Stella, divenne addirittura la favorita del sultano Murad III, che regnò dal 1564 al 1595. 

IL FUCILE A DOPPIO USO

La leggenda attribuisce al barone don Arcaloro Scammacca l’invenzione di uno speciale fucile, Acireale, Basilica di San Sebastianoda cui partivano contemporaneamente due colpi: uno verso il bersaglio e l’altro verso colui che tirava il grilletto. Si dice che egli si sia servito di questo specialissimo fucile, per eliminare non soltanto i suoi avversari, ma anche i sicari, cui affidava le sue vendette. Ma bisogna riconoscere che anche i suoi scherani non dovessero brillare di eccessiva intelligenza, se adoperavano questo “fucile a doppio uso” senza prevederne gli effetti.

ACESI ILLUSTRI

  • il favolista Verendo Gangi (1748-1816), che meritò di essere chiamato il “La Fontaine della Sicilia”;
  • il filosofo Giovambattista Grassi Bertazzi (1867-1951), che insegnò all’Università di Catania, e fu sempre coerente antifascista;
  • il marionettista Emanuele Macrì (1906-74), la cui “Opera dei pupi” divenne un polo di attrazione per il turismo isolano;
  • il numismatico Agostino Pennisi, barone di Floristella (1890-1963), autore dell’opera Siciliae veteres nummi;
  • il giornalista Antonio Prestinenza (1894-1967), che per vent’anni diresse il quotidiano «La Sicilia» di Catania;
  • lo storico Vincenzo Raciti Romeo (1849-1937), puntuale illustratore delle vicende acesi;
  • il prelato Mariano Spada (1796-1872), che a Roma divenne Maestro dei Sacri Palazzi, e si batté vittoriosamente per l’istituzione della Diocesi di Acireale, ottenuta nel 1844 e funzionante dal 1872;
  • l’insigne pittore Pietro Paolo Vasta (1697-1760), autore degli splendidi affreschi della basilicata di San Sebastiano.

MODI DI DIRE

Sono quasi tutti influenzati dal campanilismo con Catania; per cui, se gli acesi dicono che i catanesi sono fàusi (falsari), i catanesi rispondono che gli acesi sono trunza (torsi di cavolo); e all’espressione catanese Fari ’na jacitanata (cioè, commettere una stupidaggine), corrisponde quella acese di Fari ’na catanisata, cioè una mascalzonata.  Un’espressione tipicamente acese è Irisinni ’e Valateddi, che significa “morire”, perché alle Balatelle si trova il cimitero di Acireale.

Santa Tecla BW 2012-10-05 08-06-21

LE BORGATE DI ACIREALE

Sono ben diciotto:

1. Aci Platani (i cosiddetti Patané, che è anche un diffuso cognome);

2. Balatelle;

3. Capo Mulini;

4. Gazzena;

5. Guardia;

6. Màngano;

7. Pennisi;

8. Piano Api;

9. Pozzillo (nota per le sue acque minerali: del resto, Acireale è una nota stazione termale, con le Terme di Santa Venera);

10. San Cosmo;

11. San Giovanni Bosco;

Santa Tecla coast

12. Santa Caterina (i cosiddetti “Cavallari”, per le guardie a cavallo che vi avevano sede, e che sono divenute anch’esse un diffuso cognome);

13. Santa Maria Ammalati;

14. Santa Maria la Scala, dove invano gli acesi speravano di costruire un porto per il loro commercio vinicolo;

15. Santa Maria la Stella;

16. Santa Tecla (che non è il nome di una santa, ma l’arabo Shant Dagla, che significa “luogo di approdo”)

17. Scillichenti, detta così perché le cavalcature scivolavano facilmente sull’acciottolato lavico delle strade di campagna;

18. Stazzo (dal latino statio, porticciolo).

Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità della Sicilia- Santi Correnti

A picco sul mare venne fondato dai Normanni un castello, attorno al quale si formò il borgo, concesso da Ruggero ai Vescovi di Catania. Nel 1169 un terremoto distrusse in parte il borgo, cosicché la maggior parte degli abitanti si trasferì nel territorio circostante; successivamente il paese fu ripopolato. Mentre il castello appartenne a Ruggero di Lauria, venendo espugnato nel 1297 da Federico II d'Aragona, il borgo rimase a lungo possesso dei Vescovi di Catania. Passato in seguito agli Aragona, Aci Castello fu acquistato nel 1760 da Giuseppe Emanuele Massa. Il castello, assai pittoresco per la sua posizione su una roccia vulcanica e per il colore scuro delle sue cortine, risale, come già detto al periodo normanno (XI secolo), ma si presenta soprattutto nei rifacimenti dei secoli XIII-XIV, con robuste torri merlate. Nel XIX secolo, nell'allora borgo marinaro di Aci Trezza, lo scrittore Giovanni Verga ambientò il romanzo I Malavoglia. 

Acicastello

Gli agrumeti interessano la maggior parte della superfice coltivata (circa 520 ha); tra le colture minori prevalgono l'olivo, la vite, il mandorlo e gli ortaggi. Aci Castello è inoltre una frequentata e attrezzata località turistica e balneare.

 

Da Visitare  

 

  • il Castello di Aci, su una rupe che si affaccia sul mare. La rupe è costituita da un imponente ammasso di grossi globi basaltici, ciascuno dei quali è coperto da una crosta vetrosa ed internamente diviso in prismi angolosi irraggianti dal centro verso la periferia. Piccole masse di tufo o argilla occupano gli interstizi fra i diversi globi. Questa struttura, di cui esistono pochi altri esemplari al mondo e non così belli, è attribuita a un’eruzione basaltica nel mare poco profondo, nel quale la massa liquida del magma vulcanico, lacerata dalle forze eruttive, si è sparsa come un cavolfiore. Le sue estremità hanno assunto la forma sferoidale, raffreddandosi improvvisamente nella massa esterna, come prova la crosta vetrosa. Una lava relativamente recente, che si ritiene quella 1169, investì la rupe di Aci, formando a nord di essa ampie caverne, in cui sono incrostazioni calcaree con perforazioni di litodomi fino a 6 m sull’attuale livello del mare, il che farebbe ascendere a 8 mm all’anno l’emersione bradisismica del luogo. Il Castello, di lava nera come la roccia su cui sorge, fu eretto nel 1076; appartenne a Ruggero di Lauria e fu espugnato nel 1297 da Federico II d’Aragona.
  • Festa Patronale di San Mauro il 15 gennaio
  • La riserva naturale integrale Isola di Lachea e Faraglioni dei Ciclopi e la riserva naturale marina Isole Ciclopi tutela le aree terrestri e marine in corrispondenza dell'arcipelago dei Ciclopi con l'isola Lachea.

Curiosità 

 Questi luoghi sono così suggestivi e seducenti, che una celebre attrice piemontese, Giacinta Pezzana (1841-91), dopo avere girato il mondo, nel 1886 decise di stabilirsi ad Aci Castello, e vi morì cinque anni dopo. Nella piazza antistante il castello c’è un suo busto; e la sua tomba, in pietra lavica, è stata eretta, a spese del Comune, nel cimitero del paese che ella amò sopra ogni altro.

Santi Correnti- Sicilia insolita

Il borgo si formò verso la fine del XVI secolo,quando gli abitanti del vicino centro di Casalotto, andato distrutto,si radunarono presso la Chiesa di Sant'Antonio Abate.
Nel 1672, per privilegio di Carlo II, Aci Sant'Antonio fu elevato, con altri villaggi, a Principato e assegnato a Stefano Riggio, dal cui casato discende Stefano II, ultimo signore del paese ammesso tra i governatori delle Due Sicilie.
Il paese ha una storia medioevale segnata dalle eruzioni dell'Etna del 1169, del 1329 e del 1408, e una fase feudale che registra i domini di notabili aragonesi del Re Alfonso, i Platamonte e i Moncada.
La sua storia moderna è segnata dalle distruzioni del 1693; il suo attuale aspetto prende forma con la ricostruzione promossa dal principe Riggio.
Nel 1826 si separa da Aci San Filippo e Aci Catena, con le quali fino ad allora formava un unico feudo. L'abitato è caratterizzato da varie chiese barocche, con cupole e campanili caratteristici, tra cui la matrice di Sant'Antonio Abate; le abitazioni sono molto serrate, le vie del centro storico strette e tortuose. L'economia del paese è basata principalmente sull'agrumicoltura (del limone verdello in particolare) e sulla viticoltura. E' l'ultimo comune della provincia di Catania, inoltre, a produrre ancora carri e carrozze.

Da Visitare 

Aci sant'Antonio
  • Il Santuario della Madonna di Valverde
  • La Chiesa di Sant'Antonio Abate
  • La Chiesa di San Michele.
  • Festa Patronale di Sant'Antonio Abate il 17 gennaio.
  • Il giovedi santo : rappresentazione del Cristo morto.

 Curiosità

 

  • Aci Sant’Antonio è la capitale folkloristica del carretto siciliano; e il primo carradore di cui abbiamo notizia nell’Ottocento fu il maestro pittore Francesco D’Agata; e suoi validi epigoni sono stati Domenico Di Mauro, Raimondo Russo, Antonio Zappalà e la pittrice Nerina Chiarenza.

  • L’illustre critico d’arte Enzo Maganuco, professore nell’Università di Catania, ha scritto nel 1964 che si tratta di «artigiani-artisti, che hanno tramandato per le vie del mondo i carretti, decorati in maniera da sembrare una grande miniatura di codice trecentesco».

  • Dal Settecento, per il Giovedì Santo, ad Aci Sant’Antonio si recita Il riscatto di Adamo, con ben quarantaquattro personaggi in costume.

Fonti: Wikipedia - Santi Correnti Storico



Aci Sant'Antonio

La “Pietra del malconsiglio” è legata al ricordo di un periodo drammatico della storia siciliana, quando dopo la morte di Ferdinando il Cattolico, avvenuta il 23 gennaio 1516, il viceré Ugo Moncada assunse un atteggiamento di ribellione nei confronti del potere centrale.Pietra del Malconsiglio 2 Egli non solo si rifiutò di lasciare il prestigioso incarico, espressione di un rapporto fiduciario con il defunto sovrano ma, appoggiato da una parte dei nobili siciliani, scatenò una terribile rivolta.
Il fuoco della protesta divampò a Palermo per poi estendersi nel resto dell’isola. Per più di tre anni, faide e congiure insanguinarono le strade e avvelenarono gli animi. La rivolta trovò a Catania nuova paglia per il suo fuoco.
La nobiltà etnea, infatti, si schierò dalla parte del viceré ribelle. I rivoltosi individuarono come rifugio segreto per i loro incontri un giardino nell'antico “Piano dei Trascini”. Vi giaceva in stato di abbandono un capitello dorico in pietra lavica, scelto come tavola intorno alla quale i congiurati erano soliti sedersi in occasione degli incontri. C’era anche un antico architrave che divenne parte del temporaneo “arredamento” del luogo segreto. Anche questo certamente proveniva da un grande tempio dell’antica Katana.
Alla fine Moncada e i suoi sostenitori finirono per soccombere.Ingresso Castello Ursino - Pietra del Malconsiglio Il viceré, Ettore Pignatelli, inviato dal potere centrale, usando le maniere forti ebbe la meglio sui rivoltosi. La repressione fu durissima. Numerosi congiurati finirono sul patibolo per essere appesi alla forca. I più fortunati, si fa per dire, riuscirono a salvare la vita ma furono costretti a lasciare l’isola per raggiungere i lontani luoghi dove sarebbero vissuti in esilio.
I palazzi dei congiurati furono demoliti perché non restasse alcun loro ricordo. A Catania, il Senato ordinò lo smantellamento anche del luogo ove avvenivano gli incontri segreti.
Furono, dunque, rimossi il capitello e l’architrave.
Il primo, chiamato “Pietra del malconsiglio”, fu innalzato nel piano della Fiera, antico nome di piazza Università, mentre il secondo fu sistemato all'ingresso del palazzo della Loggia per essere utilizzato come piano d’appoggio ai carnefici che dovevano fustigare i debitori.
Gli antichi monumenti, tuttavia, finirono per cadere nell'oblio. Bisognerà aspettare l’anno 1872, quando la “pietra del malconsiglio” sarà ricollocata in un angolo del cortile del Palazzo Carcaci e l’architrave finirà in un cortiletto, nella parte posteriore del teatro Massimo Bellini.

 La pietra rimase fino al 2009, anno in cui venne nuovamente trasferita all'ingresso del Museo Civico al Castello Ursino decorata da piccole composizioni floreali. Lasciata in balia degli elementi e di anonimi incivili che ne hanno divelto il giardinetto decorativo, la pietra è rimasta "anonima" fino al 28 maggio 2013, quando una scuola di Librino, grazie a fondi POR, ha fatto omaggio alla città e alla pietra di una targa commemorativa con una breve storia del reperto. Dall'autunno successivo il manufatto è conservato nell'androne occidentale del Palazzo degli Elefanti

Wikipedia

Gli Elimi erano un antico popolo della Sicilia occidentale.


La storia del Risorgimento siciliano prende le mosse da lontano e presenta due distinti periodi per i quali il 1860 rappresenta una sorta di spartiacque: la Sicilia borbonica (che precede questa data) e la Sicilia unitaria, che la segue.


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